Mi chiamo Chiara, ho 25 anni e vivo in provincia di Modena, dispersa tra i vigneti di Lambrusco. Ho iniziato a lavorare per un azienda agroalimentare locale dopo quattro anni di università .

Di cosa ti occupi nella tua città?

Lavoro per l’ufficio commerciale della mia azienda, prevalentemente back office e supporto ai responsabili commerciali durante le fiere. Al pomeriggio aiuto alcuni ragazzi con i compiti e fino a poco tempo fa davo lezioni di italiano ad un gruppo di mamme arabe.

Quando sei andata via?

La mia prima esperienza fuori casa è stata nel 2012, in Bretagna, grazie al programma Erasmus. A ventidue anni mi sono trovata per la prima volta a tu per tu con me stessa. E credetemi, non è stato piacevole…All’inizio! Ma poi una crepes tira l’altra, conosci gli altri ragazzi Erasmus, inizi a viaggiare un po’ e cominci a vedere il mondo sotto ad un’altra luce.

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Finito il master in mediazione culturale, alle prese con la ricerca del lavoro che non c’è, ho pensato di tenermi occupata facendo la babysitter. In Svezia. L’idea iniziale era quella di stare un po’ in famiglia in modo da rendermi conto quali fossero i ritmi e le abitudini degli svedesi, con l’intenzione di restare poi a vivere là. L’ordine e l’organizzazione dei paesi scandinavi mi hanno sempre attirato parecchio. Il lavoro Aupair è un esperienza che consiglio vivamente. Innanzitutto è un ottima opportunità per toccare con mano una cultura diversa dalla propria, in modo più profondo rispetto all’approccio del turista o dello studente. Essere responsabili di uno o più marmocchi è meravigliosamente estenuante; ti confronti con una realtà educativa diversa da quella in cui sei cresciuto, con regole e possibilità diverse da quelle che hai avuto tu. Per una come me, cresciuta “all’italiana” (si si, tutti gli stereotipi che vi stanno venendo in mente vanno benissimo) è stata una vera e propria doccia fredda. Salutare, ma decisamente impegnativa! Hai le responsabilità di un genitore pur non essendolo, e 9 volte su 10 hai i weekend liberi ( privilegio non concesso ai genitori di cui sopra).

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Cosa ti ha spinta ad andare all’estero? Non hai pensato di fare lo stesso nella tua città o in Italia?

“O adesso o mai più” è la massima che va per la maggiore in questi casi. Poter imparare una lingua in loco, approcciarsi ad una cultura affascinante come quella nordica, mettersi alla prova in un contesto particolare come può essere quello di una famiglia diversa da quella in cui sei cresciuto. E perché no, anche la speranza che qualche audace datore di lavoro apprezzi il fatto che sul tuo curriculum c’è scritto “esperienza di lavoro all’estero”.

Perché hai scelto quella destinazione?

Ho scelto la Bretagna perché da piccola c’ero stata spesso in vacanza con i miei genitori e volevo vederla a modo mio. La Svezia invece mi incuriosiva perché c’erano spesso servizi tv che osannavano la perfezione del sistema svedese, interviste a immigrati che trasudavano integrazione e opportunità. Mancava solo il fiume di miele e latte. In Svezia le cose funzionano, molto meglio che in Italia. Ma non è la terra promessa .

Cosa ti aspettavi di trovare fuori dall’Italia?

Molto, molto ingenuamente, pensavo fosse tutto più semplice. E invece, giustamente, non è cosi. L’errore di valutazione più grande che ho fatto è stato non tenere in conto la mancanza delle persone con cui sei cresciuto, che siano parenti o amici poco importa. Quando sei all’estero sei da solo. E arrivi ad un punto che anche il pomodoro sulla pizza ti manca perché non ha lo stesso gusto che ha a casa. Poi però ti fermi un attimo, elabori, e trovi il coraggio di affrontare situazioni che a “casa” mai ti saresti immaginato di trovarti davanti (non mi riferisco più al pomodoro sulla pizza… giusto per evitare fraintendimenti…)

Conoscevi già le lingue straniere?

Quando sono stata in Bretagna avevo alle spalle sei anni di inglese e francese. In Svezia, le belve erano bilingui, parlavano correntemente e correttamente sia inglese che svedese.

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Quali sono state le difficoltà iniziali e come le hai superate?

Come dicevo prima la cosa per me più difficile è stata trovarmi da sola con me stessa. Quando sei a casa ( e con casa intendo “casa” in senso allargato, parlo della tua città e della provincia dove sei cresciuta) hai una rete di supporto a cui non dai peso, che dai per scontata e della quale non ti preoccupi. Nel momento in cui questa rete manca, sei in caduta libera, fintanto che non trovi qualcosa a cui appigliarti. Cambiare abitudini, cambiare ritmi e correggere atteggiamenti che fino a qualche settimana prima erano per te normali richiede un sacco di energie. Ma in cambio guadagni tante, bellissime, amicizie; cresci ad una velocità che non credo sia possibile sostenere a “casa”. E soprattutto ti confronti, tanto e con tutti. Sei svincolata dalla rete di “casa”, non c’è più. E per iniziare a tesserne una nuova, l’unico modo a disposizione è parlare, parlare, parlare, parlare…

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Ti sei integrata dove vivevi? E dopo quanto tempo?

Non credo di poter dire di essermi mai integrata, né in Bretagna, né in Svezia. Stavo bene, ma l’integrazione è tutta un’altra storia. Potrei dire di essermi integrata se avessi imparato a muovermi agilmente fra i servizi del paese in cui ero, se avessi avuto l’occasione di essere assunta da un azienda o magari consolidare rapporti amicali con le persone che vivevano vicino a me. Sono sempre stata ben inserita e, credo, ben accetta. Ma ben integrata, no, quello no.

Cosa ti piace e cosa meno della città o paese in cui vivi adesso?

Adesso sono in Italia. Adoro la mia “rete” e il posto in cui vivo. Mi piace meno la mentalità ottusa di certe persone, la difesa ostentata di valori medioevali e la cattiveria che si sta facendo strada in quest’ultimo periodo.

Ti manca la tua città natale? Cosa o chi?

Quando ero all’estero mi mancava non poter partecipare alle scampagnate che organizzavano i miei amici, mi dispiaceva non poter esserci per i momenti importanti delle persone a cui volevo bene ( lauree, festeggiamenti vari…). Avevo paura che, perdendomi queste cose, una volta tornata a casa avrei fatto molta fatica a tornare ai ritmi e all’affiatamento che avevo prima di partire.

 

 


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