Mi chiamo Davide, ho 22 anni, sono originario di Padova e da sette mesi vivo nell’ombelico della Luna, in Messico – il significato della parola “México” è, di fatto, “Ombligo de la Luna” dalle parole nahuatl “metztli” (Luna), “xictli” (ombelico) y “co” (luogo) – più precisamente nella sua enorme, popolatissima e inquinatissima capitale, Città del Messico, dove lavoro come professore di italiano in due università e nella Dante Alighieri e Istituto Italiano di Cultura locali.

La mia meravigliosa avventura è iniziata il primo ottobre 2015, dopo un lungo anno di attesa, dopo due esperienze particolarmente deludenti in Russia ed Estonia. Ad accogliermi le paradisiache spiagge di Cancun e Tulum, dove mi sono fermato due settimane, prima di arrivare, il giorno 15, nell’antica Tenochtitlan, oggi Città del Messico, per le persone del posto semplicemente “De Efe” (Districto Federal) o Chilangolandia. Trovare lavoro non è stato qualcosa di particolarmente difficile, grazie al mio curriculum, di tutto rispetto per un ragazzo così giovane: laureato, solo qualche mese prima, con 110 in Lingue, Civiltà e Scienze del Linguaggio (ispanoamericano e russo sono le lingue che ho scelto), Certificazione e Master (quest’ultimo ancora in corso, online) in Didattica dell’Italiano a Stranieri, tutto presso la prestigiosa Università Ca’ Foscari di Venezia.

Ma perché Messico? Mi piace sempre dire che sono partito con un’intenzione e con un sogno. L’intenzione era diventare un ottimo professore di italiano e sapevo che il mio nuovo percorso accademico me l’avrebbe consentito in breve tempo; il sogno, invece, era, ed è ancora ovviamente, quello di diventare un giornalista di livello internazionale nell’ancora poco conosciuta, perché poco raccontata, America Latina. In questo senso, ritengo il Messico il Paese più interessante – ma, come sanno tutti, anche il più pericoloso, se escludiamo i territori in guerra – per un “cerca e racconta storie” alla Tiziano Terzani, ciò che io un giorno vorrei essere, proprio con l’ispirazione di prendere l’eredità dello stesso famoso scrittore fiorentino, il quale non si è mai particolarmente interessato di questi territori. Questo mi sarà permesso con maggiori probabilità se ad agosto 2018 – prima voglio finire i miei studi a Venezia, terminando, prima di tutto, il Master in Didattica e iniziando, già il prossimo gennaio, una laurea magistrale in Scienze del Linguaggio – riuscirò ad entrare in una delle scuole di giornalismo più rinomate del mondo, presente proprio qui a Città del Messico, la Carlos Septién García.

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Vivere a Città del Messico per adesso è meraviglioso, se escludiamo l’inquinamento, più insostenibile ogni giorno che passa, l’estrema povertà che costantemente ti passa davanti agli occhi, spezzandoti il cuore, e un certo grado di pericolosità sempre presente, non solo nei quartieri più degradati. Per il resto è la “mia” città: viva, di giorno e di notte, in primis sotto il profilo culturale: mille teatri, mille esposizioni, mille musei, mille centri culturali. Alcune sue zone, come Polanco, Coyoacan, la Condesa, la Roma, il Parco di Chapultepec, sono luoghi incantevoli. Per questo e molto altro, in molti stanno già cominciando a chiamarla “la nuova Parigi”. Le persone sono, quasi tutte, molto gentili, sorridenti ed accoglienti e veramente tantissime. Immaginatevi un terzo della popolazione italiana concentrata in una sola città! Le ragazze messicane, tutte more, trovo che siano le più belle del mondo. La frutta – che per uno come me, che mangia solo ed esclusivamente frutta è importante – è buonissima e presente in mille varietà di colori e sapori, tutto l’anno.

Sinceramente, tornerei in Italia solo se mi si presentasse l’occasione di entrare in politica. Per ora il mio desiderio di cambiare il mondo lo vedo più vicino alla concretezza qui in Messico. Parlo del mondo delle persone più al margine, che una voce non ce l’hanno e sembrano destinati a non averla mai, come i bambini, costretti a lavorare, invece che giocare, fin da piccolissimi; le bambine, in migliaia incinte fin dai 12 anni e alle quali, con la benedizione del tanto amato Papa Francesco, non è consentito abortire, nemmeno se sono state vittime di stupro; le donne, costantemente oggetto di violenza e discriminazione e ancora in massa sequestrate e uccise; i migranti, avventurieri come me, ma con la sfortunata casualità di avere un altro passaporto. Una storia raccontata con lo spirito e nel contesto giusto a volte può valere di più di mille leggi approvate in parlamento. Per questo resto qui, nell’ombelico della Luna, sognando il Sole, il giorno in cui potrò finalmente iniziare a fare ciò che più mi piace, scrivere sugli altri e per gli altri.

Quel primo ottobre 2015 sono partito dicendomi: “andandotene rischi di avere una vita straordinaria, qui in Italia, in questa Italia, non potresti mai averla”. Secondo me, ci vuole molto più coraggio, anche a 21 anni (come me sette mesi fa) a restare in un Paese così, piuttosto che ad andarsene. La vita è una ed è breve ed è fatta per chi rischia e sogna in grande.


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