Di cosa ti occupavi nella tua città?

Ho fatto diverse cose prima di arrivare alla laurea, che sognavo mi avvicinasse al mondo dell’editoria, ed ognuna delle esperienze professionali provate è servita a chiarirmi che non avevo ancora capito cosa davvero mi rendesse felice e mi facesse sentire utile, appagata, libera di esprimere anche attraverso una professione, la mia vera natura, che è quella di chi ama prendersi cura degli altri e di fare almeno una piccola differenza con il proprio personale contributo, nella vita delle altre persone, ogni giorno. Prima di capire tutto questo, ho accettato con gioia e poi lasciato un lavoro nella comunicazione ed organizzazione di eventi per una multinazionale statunitense, dove le mie unghie ed i miei denti non si sono mai affilati a dovere, o comunque non abbastanza secondo i canoni vigenti. Ne soffrivo quotidianamente, e mi sentivo circondata, oltre che da un freddo arrivismo carrieristico e senza scrupoli ed una competizione sleale, anche da dosi di stress che le persone accanto a me non lesinavano di mostrare. Nulla di più lontano dalla persona che ero e che sono e che ho faticato per portare in superficie, permettendo finalmente a me stessa di ricercare e professare per il recupero ed il mantenimento delle energie personali, invece che lavorando nell’esaurimento di quest’ultime! In quell’azienda gerarchica e non meritocratica, mi sembrava di vivere nella trama di un libro che non stavo scrivendo io e che faceva a cazzotti con ciò che desideravo: lavorare arduamente ed affermarmi professionalmente, ma senza per forza patire un clima professionale francamente perverso, malato e con una logica inumana. Ho prima iniziato il “viaggio” di ritorno verso il mio vero centro, staccandomi dal lavoro in azienda per abbracciare una strada autonoma, con la traduzione e l’insegnamento dell’Italiano, una volta emigrata a Parigi, ma anche in quel caso c’era ancora qualcosa che strideva dentro e che comunque mancava all’appello. Ancora non sentivo di fare alcuna differenza a livello personale. Ci ho messo davvero tanto per capire che volevo insegnare, si, ma qualcosa che aiutasse gli altri davvero.

La passione per lo yoga, una pratica che avevo scoperto per me stessa, in origine per trovare un po’ di calma dallo stress del lavoro appunto, stava diventando molto di più. Soprattutto quando fummo mandati da Parigi a seguire un progetto sul quale mio marito lavorava in Nigeria, dove la vita è molto complicata anche per gli espatriati, se non mi fossi ritrovata di colpo con quel tempo “libero” per me stessa e l’impossibilità di lavorare sul posto e se non mi fossi dedicata alla pratica dello yoga più intensamente, non sarei probabilmente emersa da quel periodo della nostra vita con i nervi tanto saldi, ritengo. E ciò mi diede anche modo di osservare che le persone che mi circondavano – in genere molto stressate e tese per le condizioni di contorno che a Lagos si vivevano –  non facevano che chiedermi “ma tu perché sei sempre cosi serena? Perché sorridi sempre e sei cosi di buon umore?” Io rispondevo senza crederci tanto che era probabilmente perché praticavo yoga almeno tre volte a settimana. Era vero, anche se non lo avevo ancora realizzato fino in fondo.

Anche se all’epoca lasciare il mio lavoro executive fu dettato anche da una vicenda personale dolorosa e fu vissuta come una scelta obbligata, oggi so per certo che ha rappresentato in realtà la mia vera salvezza.

Cosa ti ha spinto ad andare all’estero? Non hai pensato di fare lo stesso nella tua città o in Italia?

Il fattore scatenante fu la vicenda personale che ha visto protagonista purtroppo il nostro primo bambino. In seguito ad un parto troppo doloroso, lungo ed ostinatamente protratto perché fosse “naturale”, il nostro bambino ha riportato la frattura della clavicola con una paralisi parziale del braccio destro ed una conseguenza a livello della testolina che all’epoca si interpretò scorrettamente come un ‘torcicollo analgesico” ma che invece nascondeva una lesione gravissima al sistema circolatorio cerebrale. Nella manovra inumana con la quale il piccolo venne estratto dal mio corpo, danneggiarono anche la carotide infatti, e si verifico un’occlusione di questo importantissimo vaso sanguigno. I primi segni del danno a carico della zona del cervelletto sul lato destro furono evidenti molto presto, ma la mia fu una strada in salita e piena di fraintesi oltre che di incapacità degli interlocutori incontrati, di ascoltare. Nessuno, nemmeno in famiglia, poteva ammettere che il parto fosse l’origine delle anomalie di coordinamento motorio di mio figlio. Poiché a livello cognitivo tutto era più che nella norma ed anche meglio e più precoce che nella norma, nessuno riusciva ad andare oltre le apparenze e a trattare il caso in modo olistico. A parte la somministrazione di terapie compensatorie – alcune efficaci nel migliorare la sua qualità di vita, alcune francamente sperimentali e paventati interventi chirurgici a livello ottico, dei plantari, degli occhiali e la ripetuta frase “è ancora piccolo, si vedrà quando è più grande”, le cose non cambiavano in modo sensibile. Per un periodo soffri ‘ di convulsioni febbrili e vivendo lontano dalle due famiglie di origine, non avevamo che un bellissimo asilo nido che si occupasse di lui, mentre cercavamo di tenerci due lavori, pagare un canone di affitto carissimo, delle tasse elevate in cambio di scarsi servizi, sentendoci tra le altre cose di appartenere alla stretta minoranza di quelli che facevano altrettanto! Quando Leo dovette seguire una terapia farmacologica delicata, al lavoro avevano iniziato a farmi pesare le mie rare ma necessarie assenze, i medici intanto mantenevano un atteggiamento crudo ed inadempiente, mentre riuscivano a suscitare un immancabile senso di colpa invitando la sottoscritta, neanche in modo velato, a smettere di lavorare per potermi occupare di mio figlio al 100%, come se la qualità di un genitore fosse misurabile con le percentuali. Stanca, preoccupata ed avvilita, dopo due anni e mezzo di ripide salite senza tregue, decisi di non cercare più di tenere insieme una situazione che era diventata stagnante e che non avrebbe portato da nessuna parte per nessuno di noi. Prima di un tracollo morale e finanziario trovare un’altra soluzione. Avremmo ricominciato tutto da Parigi.

Conoscevi già le lingue straniere?

Mi sono laureata in Inglese e Tedesco, ed avevo una conoscenza da liceo del Francese, il che significa che quando arrivai a Parigi mi veniva da piangere al telefono quando cercavo di prendere appuntamenti per visitare le case, e non riuscivo nemmeno a trascrivere con disinvoltura dettagli come indirizzi o numeri di telefono! Ma insegnare la mia propria lingua sugli Champs Elysées, un corso intensivo ed alcune buone amicizie sul campo, hanno fatto in breve tutta la differenza nella capacità di sviscerare con padronanza in ogni ambito, una lingua che adoro e cerco di parlare alla prima occasione. Con l’Inglese c’è una lunga amicizia, ma certe parole non le pronuncerò mai alla perfezione, in ogni caso mai bene come i miei figli, che ora ci correggono e questo da’ un fastidio non indifferente…

Quali sono state le difficoltà iniziali e come le hai superate?

Riguardo all’arrivo in Sudafrica, le prime difficoltà sono state legate al fatto che dopotutto, anche se per molti aspetti è facile dimenticarselo sei in Africa. E con tutta la bellezza di questo vastissimo e diversificato continente, con tutta la passione per una cultura scoppiettante, ottimista, festosa e capace di celebrare la vita in tutte le sue forme, questo resta un luogo di profondi contrasti, dove progresso, ricchezza e perfino l’accesso ai beni più fondamentali, che in altri luoghi possiamo dare per scontati, come il cibo, l’acqua potabile, la corrente elettrica, una vera casa, o i sistemi di smaltimento dei rifiuti e degli scarichi per citarne solo alcuni, non sono ancora garantiti da tutti i governi di questo continente, che in troppe aree, tuttora, esce distrutto dai vari imperialismi e colonialismi del passato e che tarda a risollevarsi e riscattarsi sia politicamente che economicamente, in modo da ri-appropriarsi certo di quelle ricchezze di materie prime che molta parte dell’Africa può vantare, ma in una forma democratica ed equa. In modo più specifico, il Sudafrica raccoglie ancora oggi un’eredità di contrasti interni frutto di una triste pagina della sua storia di discriminazione ed apartheid, che a sua volta ha portato ad una complessa condizione di sfiducia e scotto economico, fatto pagare dai paesi occidentali, in segno di disapprovazione di un regime anacronistico ed inumano. Le persone tendono a dimenticarselo, chi come noi è qui solo di passaggio poi, preferisce ignorarlo e concentrarsi esclusivamente sugli aspetti che fanno molto più colore, come gli splendidi scenari dei paesaggi e la vita selvaggia che puoi andare ad ammirare, uno stile di vita per una minoranza facoltosa che è dedito all’accumulo delle proprie ricchezze, i braii, i soggiorni in game riserve e lodges, una discreta ostentazione sui social della più piccola cosa costosa provata, vista e fatta, una certo superficiale ricorso a mezzi di ogni genere, spesso chirurgici, per migliorare la propria immagine e camuffare i segni del tempo, il tutto inebriato da tutta la spumeggiante limpidezza dei vini freschi del Sud. E ci mancherebbe che si debba vivere auto-flagellandosi o limitando il piacere che questa bellissima terra e questo ospitale popolo offrono. Ma anche chi è compreso in questo ristretto gruppo privilegiato si ritrova a fare i conti con i tagli alla corrente elettrica di zone intere delle città, con i tagli improvvisi all’erogazione dell’acqua corrente, e soprattutto con l’importante limitazione della libertà personale che ti obbliga ad una costante attenzione per potenziali aggressioni, rapine, e furti notturni. Adesso mentre scrivo, da casa, ed ho appena riportato i miei figli a casa, dopo aver provato per 34’ minuti di raggiungere la scuola le cui due strade d’accesso risultano bloccate per l’esondazione di un piccolo fiume vicino e lo scoppio di due tubi idraulici della zona. Una tempesta di qualche minuto ieri sera ha spazzato via vite umane, auto, fatto crollare muri di cinta, inondato l’aeroporto, l’autostrada e logicamente, lascia noi oggi senza acqua corrente e per ora, anche isolati a casa, dal resto del traffico. Quindi, si, nel quotidiano, anche se la qualità della vita qui per noi è invidiabile, ci sono risorse fondamentali che di fatto, non sono gestite in modo adeguato e danno adito a conseguenze talvolta pesanti.

Certo, in Nigeria avevamo la scorta e l’autista, il filo spinato elettrico e le guardiole con posto di blocco davanti a case, scuole, ospedali e la più parte degli altri edifici. Fu scioccante convivere con il rischio di rapimento, che realmente si corre soprattutto quando la tua pelle è bianca e magari tuo marito lavora per una società petrolifera che li estrae il petrolio. Ma qui è dura per me avere una condizione di contorno più simile all’Australia, che ti fa dimenticare di trovarti dove sei, abbassare dopo poco tempo lo stato d’allerta e allo stesso tempo evitare intere zone della città, non andare quasi da nessuna parte a piedi, non vivere un vero centro urbano, chiudersi nelle case dove non deve mancare un sistema d’allarme e magari le sbarre alle finestre ed un cancello metallico che isola le camere da letto dal resto della casa. Non è comunque evidente abituarsi a tenere la guardia cosi alta e condurre invece un’esistenza del tutto serena. Cosi come non mi riesce cosi naturale accettare che al momento sono sempre i bianchi a vivere meglio, insieme ad una minore fascia di piccola imprenditoria d’origine indiana e di colore, e sebbene la classe medio-alta di colore della popolazione stia crescendo, e le persone di colore siano la gran maggioranza, nelle nostre case tutti i lavori manuali e di pulizia sono svolti da personale pressoché totalmente dipendenti nel vitto e nell’alloggio da noi, privilegiati. Più che altro mi disturba che quasi sistematicamente vengano sfruttati ed umiliati per pochi soldi. Abbiamo assunto una persona che viene dallo Zimbabwe e vive e lavora in Sudafrica da 8 anni. Siamo la prima famiglia che non la impiega in nero e per la prima volta possiede un vero permesso di lavoro e non un semplice diritto di asilo scaduto, perché il datore di lavoro precedente non concedeva da mesi la mezza giornata di permesso per andare a rinnovarlo in ambasciata. Personalmente trovo inquietante che il contrasto sia ancora cosi importante. Sebbene noi siamo solo ospiti temporanei, ho fatto fatica ad abituarmi a questa realtà e mi dispiace non riuscire a parlare in modo aperto del passato di questo Paese, con una persona di origine britannica, o Afrikaans, per poter riuscire a capire meglio questo presente. Ho come la sensazione che ci sia ancora un tabù da abbattere qui e trovo preoccupante che le persone bianche si lamentino di un apartheid di compenso, che sarebbe in vigore al momento, in cui le parti si sarebbero invertite. La separazione c’è sempre, per alcuni c’è sempre l’odio, la chiusura verso il diverso. Lo trovo triste.

Ti sei integrata dove vivi?

Ritengo di essermi integrata molto bene nella comunità che ci ospita cosi calorosamente. Ma non mi immaginerei insediarmi in pianta stabile qui, per via di tutte le questioni inerenti la sicurezza di cui ho parlato.

Cosa ti piace e cosa meno della città o Paese in cui vivi adesso?

Mi piace il contatto umano molto immediato, una grande verve festaiola e genuina, e molto attaccamento a valori sani e fondamentali, tradizionali, che vengono cosi bene impartiti nelle scuole. Mi piace il clima che è probabilmente ideale, la bellezza dei paesaggi e la presenza della vita selvatica in tutte le sue manifestazioni animali e vegetali. Mi piace la loro verve imprenditoriale, che non si piange addosso, perché non ci sono opportunità di lavoro, ma si da’ da fare per creare nuove opportunità con inventiva.

Non mi piace che in questo Paese come in Nigeria, si tema la polizia, invece che rispettarla ed avere fiducia in essa. Questo la dice lunga sul grado effettivo di sviluppo di un Paese! Non mi piace avere timore di guidare da sola di sera e le altre attenzioni costanti verso potenziali rischi da correre

Ti manca la tua città natale? Cosa o chi?

Mi manca la mia famiglia allargata, tutti i miei zii e le mie zie, i miei cugini ed i loro figli. Più di tutto mi manca il fatto che i miei figli non avranno mai un Natale come uno dei miei, pieni di calore, confusione, cibo buonissimo preparato da tutte le nostre mamme, in una casa anche piccola dove una trentina di persone si stipavano alla bene meglio, poi i piccoli andavano a letto, dove non dormivano, ad aspettare Babbo Natale, che era lo zio Michele, i grandi accendevano i giradischi e ballavano stretti, noi a piedi nudi sul pavimento freddo a spiarli, i nonni seduti a guardare, loro non ballavano più e dopo lo scarto dei regali, qualche volta nonno Pino raccontava filastrocche rimate lunghissime, in Siciliano! Mi manca questa frequentazione delle mie origini, che sono appunto sicule, in una Torino, che fu un cosi grande bacino d’ immigrazione interna una migrazione difficile negli anni 50’, operata dai nonni, per dare un futuro ai propri figli, ovvero niente di molto diverso da quello che molto tempo dopo mi sono ritrovata a fare io con il mio piccolo nucleo familiare. Insomma era già nel mio DNA!

Cosa diresti a chi è rimasto nella tua città natale e quali consigli a chi vuol vivere fuori dall’Italia?Direi proprio di buttarsi senza sprecare tempo ad aspettare ad esempio il lavoro, che difficilmente arriverà. Direi di imparare seriamente un paio di lingue straniere e non le più ovvie come quelle europee. Arabo, Cinese, tenuto conto del mondo latino, lo Spagnolo. Direi di specializzarsi, non per forza laurearsi, e magari riempirsi di master che posticipano tutto un altro po’, a meno di non possedere una vera vocazione per gli studi. In Italia c’è ancora un po’ questo mito del tipo di scuola frequentata, degli studi liceali, dell’università, che tutto determinerebbero in seguito. Io non sono più totalmente d’accordo con questa visione. Quello che consiglio è di capire i propri desideri profondi e scegliere una strada che sarà percorribile solo sulla base delle proprie motivazioni. Perché qualunque cosa, perché venga bene richiede impegno e sacrifici e allora meglio essere veri con sé stessi e scegliere un percorso nel quale quella motivazione e passione iniziali, infonderanno fiducia e voglia di fare, ogni giorno. Nell’attesa di comprenderlo fino in fondo, consiglio di agire, muoversi e spostarsi. Come ha fatto Matilda, mia nipote di 20 anni, che alla fine del liceo, non sapendo con chiarezza cosa scegliere, ha imparato in estate il mestiere da barista e se n’è andata a Londra, prima del Brexit, va detto, intanto ad imparare l’Inglese, capire sé stessa e perché no, ad innamorarsi!

Pensi mai di ritornare un giorno?

Non credo no. Mi rincresce, ma non penso.

Immagini i tuoi figli e nipoti che parlano una lingua straniera anziché l’italiano?

Assolutamente si. Anzi mi auguro che ne parlino tutti almeno tre diverse!

Il Sud Africa è multiculturale?

Il Sudafrica è multiculturale per forza. E queste differenti culture convivono ancora con fatica sotto certi versi. D’altro canto sono certa che la generazione che frequenta adesso la scuola insieme ai miei figli abbia davvero per la prima volta in mano la speranza di farcela a vincere quelle differenze, quella separazione. Ma devo essere onesta, anche se i miei figli hanno sempre invitato bimbi e ragazzi di ogni gruppo etnico e culturale rappresentato nella loro cerchia di amici, quando andiamo a prenderli alle feste cui sono invitati, non troviamo molto spesso il genitore indiano che conversa allegramente con quello di colore o quello di colore che facilmente si mescola agli altri. Il contatto c’è ovviamente ma in percentuale sboccia meno facilmente o meno naturalmente in un’amicizia potenziale. Ci sono le eccezioni e credo tutto davvero dipenda dall’educazione familiare ricevuta da ognuno. Ma credo ancora una volta che questo Paese abbia bisogno di più tempo per far crescere i diversi gruppi in parallelo. E’ più facile per noi, che io definisco “cross-over”, attraversare quel gap culturale. E personalmente io ci sguazzo proprio dentro, felice! I miei studenti sono di quanto più misto si possa vedere, giovani, anziani, locali, expat, indiani ed induisti, mediorientali e mussulmani, bianchi e locali, di colore e locali, bianchi e stranieri, di colore e stranieri.. e li invito a brunch, cene, uscite frivole, a fare volontariato, alle piccole esposizioni di arte che organizzo a casa per aiutare artisti che fanno fatica ad andare avanti, in un minestrone di buon umore e buone energie, che tutti comprende.. Ed è questo che adoro del mio essere “straniera”, quando porto il mio sguardo disinteressato e libero, tentando di capire cosa vivo e di capire meglio i miei compagni di viaggio. A questo è difficile rinunciare, si accumula un discreto numero di storie e di storia, se si va a spasso per il mondo cosi..

Per leggere la prima parte dell’intervista clicca qui


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