Mi chiamo Katia, sono nata a Torino e insegno yoga. Attualmente vivo a Johannesburg con mio marito ed i miei due flessibili e resilienti figli. Prima del Sudafrica siamo stati un anno a Dubai, tre in Svizzera Italiana, 1 in Nigeria, a Lagos, quasi 6 a Parigi, dove siamo effettivamente andati, “emigrando”, a partire da Firenze! Ho fatto un lungo giro, ma nonostante le sfide e le varie difficoltà, amo la nostra vita vagabonda e scapestrata e mi sento privilegiata per tutte le diverse “tessere” sin qui accumulate per formare il bel mosaico ancora in divenire, della mia esistenza.

Quando hai deciso di emigrare?

Sono andata via tardi, ma nella mia città lavoravo e studiavo allo stesso tempo ed era complicato organizzarmi una vita all’estero a tre esami più la tesi dalla fine. Quando a 27 anni ho incontrato mio marito, che aveva vissuto molto giovane una felice esperienza di espatrio con la sua famiglia nel Sud-est asiatico, non ho avuto tentennamenti. Intanto mollai già tutto una prima volta – la più significativa ed anche la più difficile – andando per lui a Firenze e poi insieme al piccolo Leonardo, emigrammo per un nuovo lavoro di lui, stanchi di molte cose italiane, nel 2005, per andare a Parigi.

Perchè avete scelto Parigi?

Io parlavo già un po’ la lingua, mentre mio marito con il suo inguaribile ottimismo neanche una parola, ma nessuno se ne fece uno scrupolo, nemmeno per 5 minuti. Adoravamo questa città, romantici e passionali come siamo, la sapevamo all’avanguardia a livello medico, non troppo lontana in aereo dall’Italia, non troppo distante da noi, a livello culturale, e con una politica molto più sostenitrice delle giovani famiglie come lo eravamo 11 anni fa. Una delle tre offerte che mio marito aveva ricevuto dopo aver messo il suo curriculum in rete proveniva da Parigi, ci sembrò nell’insieme nettamente migliore delle altre due opzioni.

Cosa ti aspettavi di trovare fuori dall’Italia?

Servizi più efficienti. Una mentalità migliore dell’atteggiamento molto spesso da ‘scarica-barile’ che in Italia riscontravo costantemente, in cui chi sbaglia raramente si assume le proprie responsabilità. Una flessibilità maggiore verso le mamme che lavorano e che ottengono molto più facilmente orari modificati e part-time verticali o orizzontali, almeno finché i bambini sono piccoli, un’assistenza medica di buon livello anche se pubblica, un approccio clinico meno tragico ma più autorevole nel cercare di trovare delle soluzioni pratiche, molta cultura ed arte e storia, di cui farei fatica a privarmi a lunga scadenza.

Le tue previsioni sono state soddisfatte?

Lo sono state ed anche in qualche caso superate, ma bisognerebbe poi distinguere tra quella che fu l’esperienza di vita in Francia, la nostra più lunga finora all’estero, e quella in Nigeria, in Svizzera, negli Emirati Arabi e adesso in Sudafrica. Ognuno di questi luoghi meriterebbe una distinta descrizione del nostro modo di vivere lo stile proposto, i vantaggi e gli svantaggi che ognuno di questi luoghi e le culture che ci hanno ospitati, ci hanno fatto conoscere.

Cosa fai adesso?

katia-giammusso-2 Da quando sono arrivata a Johannesburg, ho iniziato ad insegnare yoga. Ho fatto una formazione tra il 2014 ed il 2015, mentre vivevo a Dubai, e per la prima volta dopo molto tempo ho preso una pausa dal lavoro e da tutto forse, facendo un punto della situazione con la mia vita e con quello che davvero in quel momento del mio percorso, mi interessava di più fare ed approfondire. Le cose sono successe in modo naturale e graduale. Dubai è stato un luogo magico per me, cui resterò per sempre intimamente legata. A parte la fascinazione che ho subito per la dimensione medio-orientale, quella del deserto e questo rapporto fusionale con il calore ed il sole 365 giorni l’anno, ricordo questa tattile percezione di trovarsi veramente ad un crocevia tra oriente ed occidente, tra un passato cosi semplice e frugale e le più monumentali opere al mondo di architettura ed ingegneria, il tutto attorniato certo da molta reale ricchezza, ma anche da una certa molta eleganza che mi ha coccolato molto, nella moltissima cura per i dettagli, nel molto ordine, nel chiaro e rigido rispetto delle regole ma anche nella piena efficienza, nella promozione ed offerta continua di eventi di carattere industriale, culturale, sportivo. Si intravede proprio la volontà e la visione di un uomo, lo sceicco di Dubai che ha escogitato il modo, in assenza di petrolio, di proporre e far fruire questo luogo-incontro multinazionale e multi-culturale, in una forma che attira molti pubblici diversi, e per 365 giorni l’anno. Per me però è stato senza dubbio il terreno in cui li sono messa davvero in gioco sul tappetino di yoga che ho trovato di altissimo livello, ben insegnato e ben trasmesso secondo la tradizione più attinente alle varie scuole di pensiero yogiche, di origine indiana..

Per Dubai ho anche superato un altro scoglio e cominciato a parlare delle mie esperienze interiori del periodo, in un blog che si chiama dibidibai.wordpress.com . In quei post si può capire meglio quanto il breve passaggio da Dubai abbia davvero rappresentato una svolta radicale per me. E Johannesburg, cui resterò eternamente grata per avermi dato i natali come insegnante di yoga, è anche stata la piattaforma che mi ha permesso di dare più voce ancora alla voglia di raccontare e condividere, grazie al sito www.donnecheemigranoallestero.com, un entusiasmante progetto che propone le esperienze di espatrio di altre donne le cui storie sono tutte diverse, e sono raccontate senza fronzoli, dicendo come stanno davvero le cose. Il loro progetto mi è piaciuto anche per il sostegno che ha dato e che da’: dapprima ad un’associazione che si occupa di adozioni a distanza e attualmente all’associazione che sostiene le donne che subiscono violenza. Gli introiti del primo libro-coach di donne che emigrano all’estero.com, che raccoglie le storie di 34 donne andate a vivere per le più disparate ragioni all’estero, sono stati interamente devoluti alla prima di queste associazioni, il che mi ha convinto anche di più.

Come e dove ti immagini in futuro?

Ho abbracciato un modo di vivere che mi chiede di creare pace nei miei pensieri ogni giorno, concentrandomi sul momento presente, per viverlo fino in fondo e non restare ancorata al passato o proiettata in un’attesa futura. Non significa che ciò sia possibile tutti i giorni o che non ci siano momenti in cui con mio marito ci domandiamo se considereremo mai “casa” un posto più di un altro. Credo che l’approdo alle languide acque del Lago Maggiore, al rientro dalla caotica Lagos, 5 anni fa, rappresentò un momento di grande conquista interiore, tanto che dopo un anno di Svizzera Italiana decidemmo di comprare un appartamento in questo luogo molto bello e un po’ malinconico. Siamo debitori alla Svizzera di aver trovato la diagnosi di Leonardo e di seguirlo all’ospedale universitario di Zurigo, dove c’è un centro, l’unico in Europa,  specializzato in problematiche estremamente rare come la sua. Difficilmente lascerei il vantaggio oggettivo che questo fattore per noi rappresenta. Ma allo stesso tempo credo che dopo i grandi salti del cuore dei Paesi dove ho vissuto finora, la Svizzera qualche volta sia un po’ tanto placida per la nostra verve scoppiettante. Bisognerà vagliare gli impeti dei cuori, una volta che sarà conclusa l’avventura Sudafricana, quando magari invece abbracceremo con grande gioia tutta l’ordinata e calma bellezza del Lago e delle sue montagne.katia-giammusso-1

Differenze tra l’Italia e il Sud Africa?

Mio Dio, sono tantissime. Forse la più importante è che qui le persone mostrano una specie di rassegnazione di fronte ai problemi di criminalità interna e non li vedo particolarmente attivi nel dimostrare il proprio diniego, quanto a cercare di preservare il personale benessere, in un atteggiamento che resta di difesa individuale, più che di conquista di un più alto grado di sicurezza per tutta la società. Nonostante tutto, noi abbiamo più fiducia nella “cosa pubblica”, e qui non è cosi. Qui se non c’è lavoro però, e scarseggia, lo si inventa, non lo si ‘cerca’, non lo si ‘aspetta’. C’è una quantità di imprenditori di piccola e media categoria, in ogni settore. Qui la qualità della vita è mediamente o molto elevata o molto molto bassa, la presenza dei contrasti quindi è molto più marcata. Qui si fanno più figli, in qualche modo si crede maggiormente in un progresso per il quale sento l’Italia sfiduciata e pessimista da anni ormai. Potrà non sembrare vero, ma purtroppo per noi Italiani lo è, in Sudafrica le strade ed autostrade sono in ottime condizioni! In comune con i sudafricani abbiamo senza dubbio l’amore per la buona cucina, anche se loro francamente esagerano un po’ con la carne, che è di buonissima qualità e non costa molto.

Per l’intervista completa clicca qui (disponibile da venerdì 9 dicembre)


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