Sono Raffaella e sono nata e cresciuta nella provincia di Bergamo, fra pochissimi giorni compirò  40 anni, gli “anta” si avvicinano anche per me ormai, sono sposata da sette anni con Ibra e sono mamma di Lisa, che ha 12 anni e mezzo, e M’Baye di quasi 5. Vivo da qualche anno in Senegal, a Dakar, con la mia famiglia e, per gran parte dell’anno con i miei genitori. Mi piace leggere e scrivere e mi fa molto piacere poter raccontare un po’ di me e della mia esperienza da expat.

Di cosa ti occupavi nella tua città?

A Bergamo ero educatrice par bambini disabili, ho lavorato soprattutto in scuole materne, un lavoro non sempre riconosciuto come dovrebbe, e non parlo solo a livello economico,  spesso molto impegnativo,  più emotivamente che fisicamente, ma che mi ha sempre regalato grandi soddisfazioni. Quando lavori con un bimbo con bisogni particolari è con tutta la sua famiglia che lavori, quando lo guardi negli occhi vedi gli occhi dei genitori pieni di paura, gioia e  tanta speranza. Ogni piccolo progresso è una festa, una vittoria per tutti e uno stimolo a continuare. Ho sempre amato il mio lavoro, ho scelto di farlo: sono diplomata in lingue e la mia carriera è cominciata dietro la scrivania dell’ufficio commerciale estero di una ditta della mia città. La gonnellina da brava impiegata, però, ha cominciato a starmi stretta molto presto, sarà anche per il mio fisico a tuttotondo, ed ho preferito infilarmi tuta e scarpe da ginnastica, frequentare corsi di formazione e specializzarmi nell’assistenza e nell’educazione di questi bimbi speciali. Ho lavorato nelle scuole fino a 3 mesi prima della mia partenza.

Quando sei andata via?

Il mio trasferimento qui in Senegal  è avvenuto esattamente il 20 luglio 2012, avevo 37 anni pronta a festeggiare in Africa, in ottobre i 38. Abbiamo aspettato l’estate per spostarci perché mia figlia potesse finire la scuola e per avere qualche mese per ambientarci prima che ricominciasse qui a Dakar. A differenza di quanto, forse, si possa pensare non è stata una decisione per la quale ho riflettuto troppo, o meglio, ci ho riflettuto bene soprattutto perché avrebbe coinvolto anche i miei figli ma, una volta presa la decisione mi sono messa all’opera per organizzare tutto al meglio senza mai aver avuto ripensamenti.

Perché hai scelto quella destinazione?

Abbiamo scelto il Senegal per un motivo molto semplice: mio marito è senegalese e aveva voglia di provare a realizzarsi nel suo Paese visto che il mio non gli aveva dato la possibilità. L’Italia stava già vivendo da qualche anno la crisi economica che, purtroppo, continua tutt’oggi, e mio marito ha potuto lavorare solo come magazziniere per Cooperative di Servizi con orari impossibili e stipendi vergognosi. Dopo 3 anni vissuti così, e a seguito di un suo viaggio qui per capire se le prospettive potessero essere migliori che a Bergamo, ecco la decisione di partire. Quando siamo partiti io non pensavo ad un eventuale mio impiego in quel di Dakar, io seguivo mio marito, andavo, per parafrasare il titolo di un famoso libro di Susanna Tamaro, dove il cuore mi stava portando,  pronta a sostenerlo e ad accompagnare i miei figli in questo cambiamento importante della loro vita. Il mio trasferimento, quindi, non è stato spinto dal desiderio di migliorare la mia posizione lavorativa o di dare una svolta alla mia carriera ma, piuttosto, a quella di mio marito. Per più di un anno dal nostro arrivo mi sono dedicata solo ai miei figli, da brava mamma italiana!

Cosa ti aspettavi di trovare fuori dall’Italia?

Avevo parlato a lungo con Ibra, mio marito, per cercare di capire cosa avremmo dovuto e potuto aspettarci dalla nostra vita in Senegal, io ci ero stata solo in vacanza e si sa bene che in vacanza è tutto bello, entusiasmante, direi quasi, semplice. La vita di tutti i giorni è un’altra storia e la vita in Africa è TUTTA un’altra storia.

Raffaella Senegal donna secchio mare Sapevo che sarei andata a vivere nel Paese del sole tutto l’anno, nel Paese da tutti qui definito “le pays de la teranga” della solidarietà, dove trovi pesce fresco sulla spiaggia a tutte le ore, cose che chiunque può sapere digitando “Senegal” su Wikipedia, ma non sapevo in che scuola avrei potuto inscrivere i miei figli, o da che pediatra andare in caso di bisogno, dove avrei  fatto la spesa o mangiato una buona pizza. In realtà sapevo proprio poco di concreto e, per certe situazioni, anche mio marito non ha saputo essere troppo d’aiuto perché non aveva mai vissuto prima, nel suo Paese, in qualità di marito e padre.

La verità è che forse, incosciamente, non sapevo cosa aspettarmi, e non avevo aspettative particolari; volevo solo fare il possibile perchè la mia vita qui diventasse presto il più simile possibile alla mia vita là solo senza aver bisogno, per ovvi motivi climatici, di sciarpa, guanti e cappello.  Non è stato semplice, ma ci siamo riusciti.

Non è stato semplice  riuscire a ritovare qui le sicurezze di cui avevo bisogno, riuscire a fare sentire comunque i miei figli a casa, riuscire a sentirmi a casa. Quando si parte per l’estero perchè un lavoro ti aspetta là, certe cose sono già abbastanza chiare nella testa,  quando si parte un po’ alla cieca sono diversi i tasselli da incastrare prima di sentire che la base è solida e si può cominciare a costruire. Ora posso dire di essere soddisfatta, di avere le risposte che mi servono, o almeno quasi tutte, quelle che ancora mi mancano sono le incognite della vita che credo mi mancherebbero anche in Italia o in qualunque altra parte del mondo.

M’interessava soprattutto trovare delle buone scuole per i miei figli e da questo punto di vista ora sono molto tranquilla: entrambi frequentano ottimi istituti e stanno mettendo le basi per il loro futuro qui, in un Paese non facile ma nel quale, è inutile nasconderlo, possiamo avere privilegi che molti non possono avere, per questo sto  insegnando loro  a sfruttare appieno le nuove oppurtunità che si stanno presentando ma sempre nel rispetto delle tradizioni e delle abitudini del popolo che ci ospita. Certo non è sempre possibile condividere tutto, ci sono differenze evidenti soprattutto nei metodi educativi, ma questo aiuta anche a sviluppare un buono spirito critico.

Conoscevi già le lingue straniere?

Ho studiato lingue al liceo: inglese, francese e tedesco; quest’ultimo l’ho dimenticato subito, credo di non averlo mai imparato in effetti, non amavo molto la mia professoressa. Il Senegal è un Paese francofono e con la lingua francese non ho problemi, l’inglese l’avevo un po’ perso ma lo sto recuperando sia per lavoro sia grazie ad alcune amicizie anglofone.

Il mio grande problema è il Wolof, il dialetto parlato dal 90% della popolazione locale, non mi entra nella testa! Sarà l’età, ho un apprendimento molto più lento ora, sarà perchè ognuno lo parla come vuole: mio marito mi spiegava che non essendo una lingua codificata non ci sono regole, le espressioni sono molte e anche diverse fra loro, è una vera e propria lingua della strada. I miei figli lo stanno imparando un po’ con gli amici ed i compagni di scuola ma per me è più dura. Ci provo ogni tanto soprattutto quando voglio prendermi qualcosa nei mercatini locali: parlare wolof dimezza miracolosamente i prezzi!

Cosa fai adesso?

Dall’inizo di settembre, da poco più di un mese, lavoro in un asilo nido, sono vice direttrice e responsabile pedagogica. Ho iniziato a lavorare qui a Dakar un anno e mezzo fa, quasi 2 anni dopo il mio arrivo, alla scuola materna “Montessori”, una scuola internazionale, ed ho iniziato sempre come educatrice per bimbi con difficoltà. E’ stato molto entusiasmante, è stato un tuffo nel passato ma proiettato nel futuro: facevo ciò che ho fatto per anni ma in un contesto multietnico straordinario. I bambini sono una costante lezione di vita, la naturalezza con cui sanno gestire le loro diversità culturali, la scioltezza con cui passano dalla loro lingua madre al francese, la lingua ufficiale nelle scuole qui, è davvero esemplare!

Quest’anno però, vista la proposta ricevuta dalla direttrice del nido dove lavoro, ho voluto provare a dare una piccola svolta alla mia carriera ricoprendo, appunto, il ruolo di vice direttrice ed essendo una scuola di stampo un po’ americano, parte del lavoro lo svolgo in inglese ed è un ottimo esercizio, per me, per riprendere un po’ padronanza di questa lingua. I bimbi sono molto piccoli e le attenzioni sono più da mamma che da educatrice ma è una nuova esperienza, una nuova sfida, anche se, la vera difficoltà per me è gestire il rapporto con alcune colleghe:  i trascorsi storici hanno lasciato, inevitabilmente, il segno ed  il rapporto “bianco e nero” in alcuni ambiti, è sempre un po’ conflittuale. Purtroppo noi bianchi, “toubab” in wolof questo l’ho imparato subito, siamo ancora, spesso, visti come i conquistatotori, i colonialisti che continuano a sentirsi superiori e pronti solo a sfruttare, comandare. Chiaro che questi atteggiamenti non mi appartengono, insomma se mio marito è senegalese va da se il colore della pelle che ha, ma a parte questo che potrebbe essere un particolare irrelevante, non è nella mia natura, certo non amo tutti indistintamente, ho le mie riserve, ma che non dipendo dal colore della pelle. In più qui l’invidia è un sentimento molto diffuso fra le donne e la pratica della poligamia non aiuta in questo senso: si impara ad essere  in competizione le une con le altre per risultare la preferita dal marito e questa indole competitiva scatta, poi, automaticamente quando ci si ritrova in un gruppo tutto al femminile.

Quali sono state le difficoltà iniziali e come le hai superate?

Molte delle difficoltà iniziali non le ho ancora superate e, forse, non le supererò mai! Questo è il paese dell’“Inshallah”, se Dio vuole, non hai mai la certezza di nulla fino a che non è davanti ai tuoi occhi, tutto ciò che non dipende esclusivamente da te stesso è un dubbio costante. Chiami l’idraulico… ”arrivo nel pomeriggio, Inchallah” e immancabilmente si presenta 3 giorni dopo, per fare un esempio fra molti.

Ecco…la vera e grande difficoltà che mi trascino dal mio primo giorno di vita in Senegal: l’incertezza!

Tutti quando decidono di trasferirsi all’estero, ma anche solo in un’altra città, vivono delle difficoltà iniziali dovute al cambiamento, nuova lingua, per chi lascia l’Italia, abitudini, nuove frequentazioni, per noi e per i figli, situazioni che, però, metti in preventivo e che il tempo, la quotidianità e le conoscenze fatte strada facendo aiutano a superare. Non poterti fidare fino in fondo delle persone a cui ti rivolgi in caso di bisogno è invece un aspetto davvero critico che col tempo ho imparato a conoscere, ma che mi crea ancora qualche problema.

copertina home page sito webUn aiuto fondamentale per superare al meglio le difficoltà della mia nuova vita è stata, ed è,  la condivisione con altre donne emigrate all’estero di tutti i piccoli e grandi problemi che si vivono da expat, il web in questo aiuta molto. Una pagina Facebook, in particolare, che io definirei quasi, per me, “salva vita”, mi ha aiutata ad affrontare certe situazioni con lo spirito migliore! “Donne che emigrano all’estero” che ho scoperto grazie ad una mia amica, mi proponeva spunti interessanti, piacevoli, a volte divertenti e vi ho sempre trovato buoni sentimenti..come in realtà solo noi donne sappiamo essere, lasciatemelo dire!

Una mia amica di Bergamo, che è una donna curiosa, spesso condivideva sul mio profilo i racconti di queste donne meravigliose da ogni parte del mondo.  Ecco… così mi ha dato la  possibilità di conoscere chi, come me, si è dovuto inventare una nuova vita più o meno lontana dalla terra natia, donne  pronte al confronto, al supporto, al consiglio migliore. Una volta c’erano le amiche di penna ora ci sono le amiche sul web, ma sempre amiche sono ed è quello che conta. La cosa interessante è anche che questa pagina è aperta a chiunque voglia condividere idee ed emozioni, non è necessario essere chissà dove nel mondo, l’amica che me l’ha suggerita vive in Italia e ne è la testimonianza, perchè è vero che la bellezza è tale da ovunque essa provenga.

Ti sei integrato dove vivi e dopo quanto tempo?

Mi sono abituata a vivere qui a fatica e, detto molto francamente, da molte situazioni prendo ancora le dovute distanze. Ricordo che la prima amica italiana conosciuta due settimane dopo il mio arrivo un giorno  mi disse che per riuscire ad ambientarmi bene, capire come muovermi e, soprattutto, capire se restare qui o scapparedi nuovo in Italia mi ci sarebbero voluti almeno 6 mesi. A me c’è voluto quasi un anno e anche ora non riesco a dirmi integrata totalmente  anche se non ho più difficoltà nel gestire la mia quotidianità.

Dicevo che il Senegal viene definito in paese della “teranga”, solidarietà, ed è così, qui nessuno è solo, non esistono i ricoveri per gli anziani, i nonni  sono molto rispettati e c’è sempre qualcuno a prendersi cura di loro, a nessuno, grandi o piccoli,  viene negato un piatto di riso, acqua o un pezzo di pane. Poi, però, arriva il giorno della “Tabasky” la festa in cui si ricorda il sacrificio di Abramo, giorno in cui in tutte le famiglie ci deve essere un montone da sgozzare, proprio come fece Abramo, e in cui tutti devono avere il “bubu” nuovo, l’abito tradizionale, usanze che però hanno un costo e allora lo venderebbero al diavolo il nonno tanto amato e si fregherebbero alla grande fra di loro per avere il denaro necessario.

Sono situazioni come queste che ancora, nonostante gli anni passati qui, mi disorientano e mi impediscono di sentirmi  completamente integrata in questo Paese,  ma non di sentirmi comunque parte di questa società.

Cosa diresti a chi è rimasto nella tua città natale e quali consigli a chi vuol vivere fuori dall’Italia?

Non è una scelta facile da prendere quella di lasciare tutto e ripartire quasi da zero, insomma ricostruirsi in un certo senso una nuova vita anche se sulla base delle esperienze passate, non è un consiglio che darei a chi non ne ha la minima intenzione ma motiverei con la mia esperienza chi vorrebbe provarci. Non so se lo consiglierei a chi non è più giovanissimo, scardinare certe abitudini, giuste o sbagliate che siano, non è scontatissimo e, forse, non è nemmeno necessario, ad una certa età soprattutto. Spesso ci si lamenta della realtà in cui si vive e si desidera cercare stimoli altrove ma a volte si dimentica che ciò che più critichiamo è ciò che meglio conosciamo e, di conseguenza, meglio gestiamo, seppur malvolentieri. E’ un rischio che bisogna essere disposti a correre soprattutto se, come me, si parte un po’ all’avventura senza nemmeno la certezza di un lavoro, è necessario avere una minima sicurezza economica che ti permetta di mettere le basi in tranquillità e prenderti il tempo di valutare.  Sono convinta però che, nonostante tutte le difficoltà del caso, sia una scelta che non può che arricchire, dalla quale si impara sempre, anche nei momenti più difficili e che ti permette di raddoppiare, in un certo senso, le opportunità che la vita ti offre. Ho suggerito a diversi amici in Italia, insoddisfatti della loro situazine lavorativa, di prendere in considerazione un eventuale trasferimento all’estero, e darsi la possibilità di confrontarsi con realtà diverse, per ora sono l’unica fra le mie conoscenze ad averlo fatto chissà se in futuro altri lo faranno.

Cosa ti piace e cosa meno della città o Paese in cui vivi adesso?

Raffaella Senegal mare barcaMi piacciono i tramonti sull’oceano, amo il senso di pace che trasmette il mare, Bergamo è in piena pianura Padana e il mare lo vedevo solo durante le vacanze estive, per non più di 15 giorni e quando la meta non era le montagna. Amo il clima da novembre a giugno, quando inizia la stagione delle piogge, e amo, nonostante tutto, la tranquillità di questa gente. Il Senegal è un Paese pacifico, fra i pochi Paesi africani a non aver mai avuto guerre civili, un Paese di grande tolleranza religiosa: pur essendo a maggioranza musulmana, cristiani e musulmani convivo fra loro con grande serenità e rispetto. Ci sono famiglie di religione mista dove i figli sono liberi di scegliere, una volta cresciuti, a quale credo appartenere.

Non mi piace la poca attenzione per l’ambiente: per strada c’è pattumiera ovunque e, purtroppo, anche in mare. Gettare a terra i propri rifiuti qui è pratica diffusa da grandi e piccoli. C’è poca educazione in questo senso e c’è molto egoismo, non esiste il bene comune, il rispetto per ciò che è altrui o di tutti. Non mi piace la poca importanza che molte famiglie danno all’istruzione dei figli, e non è sempre una questione economica, ci sono famiglie che anche potendo preferiscono investire in altro, e non mi piace come, a volte, la religione influenzi e condizioni ancora la vita di molti impedendo di vivere la fede con la dovuta serenità.

Ti manca la tua città natale? Cosa o chi?

Mi mancano alcuni affetti, ma non sempre e non in modo insopportabile. La mia famiglia ormai sono mio marito e i miei figli e, in più, ho la fortuna di avere i miei genitori qui con noi per gran parte dell’anno, e questo aiuta molto sia a livello pratico che a livello affettivo. Mi manca mio fratello, vorrei che potesse venire a trovarci più spesso e che , magari, decidesse di trasferirsi qui anche lui visto che ancora non ha una famiglia sua, ma si direbbe che l’Africa non lo attiri troppo.

Penso spesso ai miei nonni, i bisnonni dei miei bimbi, entrambi quasi centenari e che vista l’età potrebbero lasciarci presto: mi spiacerebbe accadesse mentre noi siamo qui. La verità è che vorrei che non accadesse mai, che fossero immortali con le loro rughe profonde e i loro borbottamenti sui giovani d’oggi maleducati e viziati.

In questi 3 anni ho conosciuto anche diversi italiani che vivono qui con alcuni dei quali ho stretto  forti legami di amicizia, vista la situazione che ci unisce le cose in comune sono molte,  quindi non mi mancano nemmeno le occasioni per farmi lunghe chiacchierate nella mia lingua madre. Molto più banalmente, invece, mi manca la pizza con la mozzarella filante, qui la fanno solo con un formaggio tipo gruviera e non si può mangiare!!

Pensi mai di ritornare un giorno?

Penso sempre di ritornare, almeno 2/3 volte al mese dico a mio marito che non posso continuare a vivere nel suo Paese, che il suo Paese mi sta uccidendo giorno per giorno con le sue contraddizioni e le sue incertezze e che non posso crescere i miei figli in un  posto così! In realtà so che non lo farò, almeno per ora, a meno che davvero la nostra situazione personale diventasse tale per cui l’unica alternativa possibile sarebbe, appunto, quella di tornare a Bergamo. Sono consapevole che la vita non è sempre semplice ovunque la si viva e anche che l’Italia, ultimamente, non mi invoglia a tornare: la situazione politica e sociale del mio Paese è delicata, complessa e poco entusiasmante. Penso piuttosto di voler riuscire con il tempo a sistemarmi sempre meglio qui, ad acquistare sempre più stabilità e poter permettere ai miei figli, più che a me, la possibilità di scegliere dove continuare i lori studi e dove vivere in futuro.

Come e dove ti immagini in futuro?

Questa è una domanda alla quale davvero non so rispondere. Non riesco ad immaginare come possa essere il mio futuro né dove. Quando prendi la decisione di partire una prima volta sai che potrebbe succedere ancora anche se, il fatto che noi siamo arrivati qui è solo perchè è il Paese di origine di mio marito e questo potrebbe limitare i nostri spostamenti unicamente fra Italia e Senegal. Pensando al futuro, non posso dimenticare che mio marito non è italiano e che potrebbe voler passare la sua vecchiaia nel suo piccolo villaggio di origine cantando le preghiere del Corano all’ombra di un baobab, e allora lì vedremo chi la spunterà se le colline bergamasche o la sabbia di Lambaye, dove Ibra è nato.

Davvero non ho idea di cosa possa essere di me, da quando vivo qui ho imparato a vivere un po’ alla giornata, con progetti a breve scadenza. Il mio futuro lo vedo più che altro proiettato in quello dei miei figli.

Immagini i tuoi figli e nipoti che parlano una lingua straniera anziché l’italiano?

Raffaella Senegal maschereEntrambi i miei bambini studiano in scuole bilingue, francese/inglese,  e parlano le due lingue, ovviamente con livelli diversi vista l’età: Lisa frequenta la classe che corrisponde  alla nostra seconda media e M’baye è al secondo anno della scuola materna. Sono molto contenta ed orgogliosa del fatto che sappiano comunicare anche in altre lingue ma voglio che continuino a parlare anche nella nostra lingua madre. In casa parliamo tutti solo italiano, a volte anche in dialetto bergamasco, leggiamo libri in italiano e spesso vediamo programmi televisivi in italiano. Mi piace sapere che quando torniamo in Italia per le vacanze per loro non sia un problema dialogare con amici e parenti là, che sappiano cogliere tutte le sfumature e le espressioni della nostra lingua, che non perdano il contatto con le loro radici: pur essendo italo-senegalesi sono nati entrambi in Italia quindi le loro basi partono da là e ne sono, ovviamente, fiera. Lo stesso mi piacerebbe che fosse per i miei nipoti, semmai ne avrò, vorrei che i miei figli continuassero a parlare loro anche in italiano e dell’Italia, qualunque saranno le origini dei loro eventuali compagni e ovunque loro decideranno di vivere.  Il passato, le nostre origini, ci accompagneranno per sempre, fanno parte di noi, anche volendo non possiamo ignorarle e  allora perchè non coltivarle?

Il Paese dove vivi adesso è multiculturale?

Vivendo a Dakar, la capitale, si ha l’impressione di essere un Paese decisamente multiculturale, come normalmente è in tutte le capitali o le grandi città, qui si svolge tutto: l’economia, la politica, il commercio. Ci sono zone, in particolare, dove si trovano le sedi di diverse ONG e altre Organizzazioni Internazionali e lì vedi davvero gente proveniente da tutto il mondo. E’ vero, però, che non tutta la città ha questo respiro internazionale e, tanto meno, il resto del Senegal. A Dakar ci sono quartieri in cui è raro vedere  gente non del posto, sono generalmente i quartieri più popolosi, meno serviti, meno curati a livello ambientale, e dove, più che altrove, ci sono episodi di malavita e la sicurezza non è sempre garantita. Nel resto del Paese ci sono altre 2/3 località dove si possono trovare diversi stranieri. Molti, moltissimi, villaggi sono abitati ancora solo da senegalesi. La verità è che si ha tendenza a pensare, parlo degli stessi politici di questo Paese, che il Senegal sia solo Dakar e si dimentica un po’ le altre regioni. La maggior parte degli investimenti vengono fatti qui: scuole, ospedali, infrastrutture in generale, quindi è difficile che chi arriva dall’estero si vada ad avventurare in posti che non possono garantire certi servizi. Io stessa a volte ho pensato di andare a vivere fuori Dakar, caotica e inquinatissima, ma poi so che qui trovo tutto ciò di cui ho bisogno, anche in caso di necessità urgenti soprattutto pensando ai bambini, mentre altrove no e la scelta di restare diventa quasi obbligata.

Differenze tra l’Italia e il Paese in cui vivi?

Bella domanda… le differenze possono essere tante come nessuna in realtà, tutto dipende da noi, dal nostro spirito di adattamento e da come riusciamo ad impostare la nostra nuova vita.  Ma questo credo che non dipenda dal Paese in cui decidi di vivere, ma da come decidi di viverci.

Quel che posso dire, come dico spesso a chi mi chiede della mia vita qui, che l’Africa non è per tutti. L’Africa è un turbinio di emozioni costanti e in perfetto contrasto fra di loro. L’Africa o la odi o la ami, non ci sono vie di mezzo, o è bella o è brutta, carina mai!

L’Africa sono sorrisi e lacrime, gioia e disperazione, bianco e nero, ricchezza e povertà tutte allo stesso momento. L’Africa è vita o morte! L’Africa è quel “male” che senti appena l’aereo decolla e te la la lasci alle spalle! Ecco forse qual è la grande differenza fra L’Italia e il Senegal: l’incessante susseguirsi di nuove emozioni,  ogni giorno, anche a 40 anni, anche dopo 3 anni!

 


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