“La favola comincia nel momento in cui si prende la valigia e si parte, superando i confini, le tradizioni, le convenzioni di una società che sembra aver dimenticato come si racconta, che nel troppo quotidiano ostacola il favoleggiare dei figli. La favola “fa-volaRE” la mente, confonde e addolcisce i ricordi di un passato troppo acerbo. La favola è il momento in cui il viaggio diventa sogno e la valigia, un tappeto di emozioni che accompagna l’uomo nella sua favolosa avventura interculturale.”

a Gabriella Sg., alle sue lezioni interculturali

Pasqualina Sorrentino, Gottinga 2012

“Mi chiamo Pasqualina, ho 27 anni e vengo da una piccola città in provincia di Salerno. Ho studiato Letterature e Culture Comparate, con tedesco e ungherese, poi ho fatto degli esami extracurriculari, tra cui anche inglese e francese.”

Pasqualina racconta di avere lasciato l’Italia come dice lei “a singhiozzi”: è partita, poi è ritornata, poi è ripartita di nuovo. Ha iniziato migrando via mare, ovvero lavorando su una nave da crociera per alcuni anni nel periodo estivo: pur essendo impiegata presso una compagnia italiana, si è trovata a vivere in un contesto multiculturale sia per via dei suoi colleghi, sia perché di fatto ha toccato tappe che si trovavano ben al di fuori del suolo italiano. Poi fa seguito quella che chiama la sua “migrazione via terra”, che parte dal suo viaggio in Ungheria.

“Mi sono trasferita a Szeged dopo aver vinto una borsa di studio. Ho vissuto lì per quattro mesi e ho anche viaggiato in Ungheria. Quando sono rientrata in Italia ho fatto un’ultima stagione sulle navi da crociera e alla fine dell’estate mi sono spostata in Germania, a Gottinga, per iniziare il programma Erasmus. Non erano molti gli atenei in Germania che offrissero anche studi di lingua ungherese, tra le mete possibili avevo solo Berlino e Gottinga. Tutti scelgono Berlino, ma a me è sempre piaciuto andare controcorrente: avevo un’amica che viveva qui a Gottinga ed ero proprio curiosa di vedere questa realtà, che fino ad allora conoscevo solo dalle carte geografiche.”

Al termine del programma di studi Erasmus, Pasqualina ha trovato modo di prolungare la propria permanenza, lavorando presso l’università in loco e poi iniziando un dottorato, cosa che l’ha fatta rimanere a vivere in Germania per circa tre anni. Oggi lavora grazie a un mini-job, un tipo di lavoro part-time molto comune fra gli studenti in Germania, che permette loro di autofinanziarsi pur non rubando troppo tempo allo studio.

Una delle motivazioni che mi ha spinto a rimanere in Germania è il lavoro. Già c’è difficoltà a trovare un impiego in campo scientifico in Italia, figuriamoci in ambito umanistico. A Gottinga ho cominciato un dottorato, che non è finanziato da borsa di studio: tuttavia lo faccio con uno spirito diverso da come l’avrei probabilmente fatto in Italia, perché qui ho la possibilità di finanziarmi gli studi da sola. Oltretutto, essere studenti in Germania significa qualcosa: si hanno delle agevolazioni per le tasse universitarie, che non solo costano molto meno che in Italia, ma garantiscono l’accesso a un sacco di servizi. C’è un abisso culturale e mentale rispetto all’Italia a cui non posso e non voglio adeguarmi.”

Pasqualina racconta che ciò che ha trovato in Germania ha per lo più rispecchiato le sue previsioni: il clima multiculturale e l’apertura alle diversità sono gli aspetti che più l’hanno soddisfatta.

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Per quanto riguarda il lavoro e le lingue:

“In Italia, giovani o meno giovani credo non abbiano altrettante possibilità di lavorare. La mia migrazione in realtà è stata quasi scontata, dati i miei studi di lingue. Anche se quando sono arrivata mi sono resa conto che la mia lingua, quella che avevo studiato sui libri, non era quella che parlava la gente. All’inizio avevo difficoltà a capire cosa dicevano le persone e a esprimermi. Quando sono venuta qui sapevo il tedesco, anche se ne avevo una conoscenza molto teorica. Sapevo anche l’inglese, ma in modo un po’ maccheronico: non avrei mai detto che un giorno sarei finita a scrivere la mia tesi magistrale in inglese!”.

Pasqualina ora fa addirittura due lavori: insegna italiano alla Volkshochschule e svolge un lavoro di impiegata part-time. Le chiedo se si sente integrata in questa realtà:

Integrazione è una parola fortissima: secondo me dipende da come la si gestisce. Deve essere ponderata, avere dei confini, perché se non si riesce a gestirla diventa assimilazione e questo non va bene. Io non mi considero integrata: mi trovo molto bene in Germania, ma, anche grazie al fatto che insegno italiano, mantengo vive e scopro giorno dopo giorno, lezione dopo lezione molte peculiarità della nostra cultura.”

Quello che Pasqualina intende dire è che non bisogna per forza rinunciare a essere italiani all’estero: adattarsi ad un nuovo ambiente e alle sue condizioni di vita non pregiudica un abbandono delle nostre radici.

Io per alcuni aspetti non mi sento integrata nemmeno in Italia. Ad esempio preferisco come funziona la burocrazia qui, con la puntualità e la rigidità tedesche, contro la lentezza e la sommarietà di quella italiana. Non condivido la nostra superficialità che a volte stanca. Sarebbe una bugia se dicessi che non mi mancano il mio paese e la mia città, ma è una mancanza cui si può porre rimedio rientrando ogni tanto. Per il momento ho intenzione di continuare a vivere qui, almeno fin quando l’Italia non mi offrirà ciò che mi offre la Germania. Per ora non ci dà abbastanza rispetto a quello che chiediamo”.

Insieme ci ritroviamo a parlare della fuga dei cervelli e mi dice che secondo lei di questa espressione si abusa: non si reputa un cervello in fuga, ma riconosce che la mentalità con cui la Germania ci accoglie è ben diversa da quella con cui l’Italia si propone di tenerci. Al di là della qualità della preparazione di coloro che se ne vanno, anche solo la quantità delle persone che lasciano il paese è allarmante.

“Siamo bravi a parlare e a fare pubblicità, ma niente di concreto viene fatto per cambiare le cose. Questo è molto triste. Sono un po’ disillusa e non molto ottimista per quello che riguarda l’Italia: però credo che prima o poi arriveremo ad un punto tale da cui si potrà solo riemergere. Qui a Gottinga sto bene, ma in futuro non mi vedo in questa città: forse in Germania, anche se non mi pongo limiti mentali o geografici. Sono adattabile, per cui se avrò la possibilità di cambiare paese tornerei a fare le valigie. I miei figli e nipoti li immagino parlare una lingua straniera, ma in ogni caso trasmetterò loro anche l’italiano. Dal multilinguismo si possono trarre solamente dei benefici: tante lingue si parlano, tante persone si è”.


Reprinted with the permission of Fiorella from cronache di viaggi.

Foto di Pasqualina Sorrentino

 


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