Il mio nome è Yousef Mustafà, ho 17 anni e vengo dall’Egitto. Sono arrivato in Italia a metà agosto e spero di trovare un lavoro. Sono fuggito dall’Egitto perché lì la situazione economica e lavorativa non è delle migliori e non avrei avuto la possibilità di costruirmi un futuro.

Generalmente nella mia terra ci si sposa a 22 anni, ma per me credo che sarà difficile perché, organizzare un matrimonio è costosissimo, noi abbiamo l’abitudine di fare delle grandissime feste e al momento non potrei permettermelo.

Il matrimonio è un grande evento che dura diversi giorni, è una tappa fondamentale nella nostra vita; devo confessare che le scelte e l’opinione delle famiglie nei matrimoni influisce tantissimo, perché la loro approvazione e consenso è essenziale. I miei genitori devono approvare la mia scelta e spesso sono loro che ci guidano a farla. Al momento non ho una fidanzata, ma semmai dovessi innamorarmi di una ragazza italiana, o comunque non egiziana, sarebbe possibile sposarla ma un po’ complicato.

Al momento ho un permesso di soggiorno per minore età e vivo nella comunità “G.Guttilla” di Casa famiglia Rosetta che accoglie minori stranieri non accompagnati, ma presto, quando compirò 18 anni, potrò andar via dalla comunità e trovare un lavoro regolare che mi possa permettere di vivere dignitosamente, riuscendo anche ad aiutare la mia famiglia.

I miei genitori non volevano che io venissi qui in Italia, perché il viaggio che noi affrontiamo è costoso e molto, molto rischioso. Sono partito dalle coste egiziane una notte di agosto con un barcone che era attraccato al largo; per raggiungerlo ho dovuto nuotare fin là, così ho legato al mio polso una bottiglia di plastica con dentro qualche soldo, il passaporto e la carta di identità e ho avvolto con plastica e pellicola il mio telefono cellulare, nascondendolo sotto la maglia. Dopo aver nuotato qualche km, ho finalmente raggiunto la barca. Ero bagnato e stanchissimo. La barca non era grande, era suddivisa in 3 livelli e dentro c’erano un centinaio di persone. Prima di partire, abbiamo aspettato qualche giorno lì fermi che arrivassero altre persone provenienti dal Sudan, Palestina, Siria ed Egitto. Io ho pagato circa 3mila euro per il viaggio e dopo 2 giorni eravamo 500 persone, tra uomini, donne e bambini: eravamo stretti, affamati, impauriti e terrorizzati e con questo stato d’animo e condizione fisica siamo partiti verso l’Italia.

Del viaggio ricordo solo tanto freddo, fame, confusione;

ho conosciuto tante persone con cui abbiamo scambiato le nostre esperienze, poi la barca ha iniziato ad imbracare acqua e ricordo tanto panico e qualche persona in mare; in quel momento ho perso l’unico documento ufficiale che mi ritrovavo, il passaporto. Dopo 10 giorni circa, stanchi, sconvolti e turbati, siamo arrivati in Calabria e dopo poco sono stato trasferito a Caltanissetta in comunità.

Quando sono arrivato non avevo nulla, solo un pigiama addosso e un sacchetto di plastica con ciò che mi era rimasto del viaggio; qui ho subito trovato un clima accogliente e affettuoso, gli operatori mi hanno subito aiutato e si sono dimostrati disponibili.

Adesso sono sereno e felice di essere qui, il mio paese mi manca ma la mia cultura è un po’ particolare e la maggior parte della gente pensa al denaro e al successo, tralasciando gli affetti, cosa che voi italiani non fate, per questo siete un bel popolo.

Spero di restare qua per qualche anno, trovare un lavoro, innamorarmi, guadagnare qualche soldo e potermi sposare con quello che sono riuscito ad ottenere con i miei sacrifici e anche se a volte mi arrabbio con l’Italia, la ringrazierò sempre.

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Intervista di Luana Raimondi nella comunità “G. Guttilla” di Casa Famiglia Rosetta in Caltanissetta (Sicilia)


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