Presentatevi brevemente

Gloria: Fiorentina d’origine, giornalista e scribacchina, vivo a Parigi da ormai più di cinque anni, dove ho creato, assieme ad alcune colleghe, il sito Parigi Grossomodo dedicato a chi, come me, ha scelto di vivere nella Ville Lumière.

Silvia: Udinese, vivo a Parigi da quasi 8 anni e ho una certa età. Mi sono fatta inghiottire dalla vita metropolitana, ma in realtà sogno di allevare asini.

Elena: Mi chiamo Elena, ho 27 anni (ma da poco eh) e sono meteoropatica. Da San Benedetto del Tronto, dopo il diploma mi sono trasferita a Firenze per la triennale in Scienze politiche, per poi trasferirmi a Parigi per l’Erasmus nel 2012, per poi ritrasferirmi a Firenze nel 2013, per poi trasferirmi a Torino per la laurea magistrale, per poi andare a Grenoble nel 2014 a frequentare un master in Management pubblico, per poi tornare di nuovo a Torino, prima di ritornare a Parigi.

Di cosa vi occupavate in Italia?

G: Prima di partire lavoravo come giornalista per una televisione locale in Toscana, mentre studiavo per terminare la specialistica in storia contemporanea a Firenze.

S: Friulana, trasferita a Padova per la triennale, prima di partire per la Francia mi trovavo a Genova per una laurea specialistica in giornalismo ed editoria.

E: A Torino lavoravo in una società di consulenza per la pubblica amministrazione.

Quando siete andata via? 

G: Sono sbarcata a Parigi nel luglio del 2010, 23 anni freschi freschi.

S: Era il settembre del 2008, avevo 24 anni. Oddio, che giovinezza!

E: A parte brevi soggiorni e l’Erasmus nel 2012, sono stabilmente tornata a Parigi a settembre del 2015, a 25 anni.

Cosa vi ha spinto ad andare all’estero? 

G: Mi piaceva l’idea di vivere in un paese diverso dal mio, e l’Erasmus era l’occasione per farlo. Avevo bisogno di scoprire nuovi orizzonti e confrontarmi con situazioni diverse.

S: Avevo sempre desiderato partire in Erasmus, stavo per finire il primo anno di specialistica. “Ora o mai più”, mi sono detta, e ho fatto domanda.

E: Credo sia stata un’assoluta incapacità a stare ferma. Dovevo scoprire, viaggiare, crescere, trovare sempre qualcosa di nuovo da conoscere. Il colmo è che il lavoro in Italia ce l’avevo anche! Però vivevo una spenta e monotona relazione con la città di Torino e non ne potevo più (non me ne vogliate, amici piemontesi). Tra il rimanere lì, insoddisfatta pur avendo un lavoro, e ritornare a Parigi, pur non avendo ancora un lavoro, ho scelto la seconda alternativa. Non me ne sono mai pentita, alla mia giovine età non potevo mica rassegnarmi!

Perché avete scelto Parigi?

G: Non conoscevo Parigi se non per avervi passato qualche settimana in vacanza, ma Parigi per me era la patria della bohème, della “vita d’artista”. Una fucina di novità artistiche e culturali.

S: Ho scelto la Francia perché avevo studiato francese al liceo e all’università. Mi piaceva molto la lingua. Ero indecisa fra il mare di Marsiglia e le mille opportunità di Parigi. Ha vinto la seconda.

E: I miei ultimi anni li ho vissuti in una sorta di ossessione per la Francia e per Parigi. Ero innamorata di un luogo così come ci si innamora delle persone. Questo spiega il perché non sono stata tanto a pensarci…

Cosa vi aspettavate di trovare fuori dall’Italia?

G: Non mi aspettavo qualcosa in particolare, avevo solo voglia di perdermi in una grande città. Vivendo in provincia avevo anche voglia di lasciarmi alle spalle la mentalità un po’ chiusa contro la quale alle volte mi imbattevo.

S: Non mi ponevo molte domande. La mia era pura e semplice curiosità, desiderio di scoperta. Avevo tantissima voglia di partire.

E: Cibo scadente! E tanto è stato… purtroppo.

Le vostre previsioni sono state soddisfatte?

G: Sì e no. Parigi è una città che offre moltissimi stimoli da un punto di vista culturale, in questo non posso dirmi delusa. Purtroppo Parigi si è rivelata anche una città un po’ fredda e non ospitale come potevo immaginare. La amo e la odio, spesso allo stesso momento.

S: Devo dire di sì. Quando sono arrivata in Francia, nel 2008, gli effetti della crisi non si sentivano come oggi. Infatti, dopo uno stage di sei mesi in una redazione web, mi è stato proposto un contratto a tempo indeterminato. In Italia sarebbe stato fantascienza. Ora le cose sono un po’ cambiate anche qui.

E: Il formaggio francese rimane sempre e comunque una prelibatezza, le lumache pure (checché se ne dica sono proprio buone)… ma per tutto il resto, vi prego, ridatemi i supermercati italiani e i fornelli a gas!

Conoscevate già le lingue straniere?  

G: Quando mi sono trasferita in Francia la sola lingua straniera che sapevo parlare era l’inglese. Per fortuna o purtroppo mi sono trovata a vivere con un coinquilino francese che parlava soltanto la sua lingua natale. Non c’è niente di meglio che essere obbligati a parlare in una lingua per impararla al più presto.

S: Sì, a scuola avevo studiato inglese, francese e tedesco. Però una cosa è studiarle, una cosa è trovarsi a una tavolata con soli francesi che parlano e non capire per quale motivo tutti si siano improvvisamente messi a ridere, o prendere il telefono e prendere appuntamento per visitare un appartamento. Grandi momenti di coraggio.

E: Con l’inglese ho avuto un normale percorso accademico. Il francese invece l’ho scoperto relativamente tardi, alla fine del liceo. L’ho studiato principalmente da autodidatta, ma quando si vuole, tutto diventa possibile! Se penso a quante persone ho ammorbato con musica francese, sottotitoli per qualsiasi cosa in francese, film della nouvelle vague, France24, giornali e dibattiti di attualità (ovviamente francese)… ero davvero insopportabile. Però il francese l’ho imparato!

Cosa fate adesso?

G: Lavoro sempre in televisione, alternando giornalismo e produzione. Scrivo e passo un bel po’ di tempo con gli amici a bere vino e mangiare formaggio. E soprattutto mi occupo di Parigi Grossomodo, un sito dedicato agli italiani all’estero creato tre anni fa assieme ad altre ragazze.

S: Sono giornalista freelance e gestisco un sito internet dedicato agli italiani in Francia, Parigi Grossomodo.

E: Collaboro con Parigi Grossomodo, che mi riempie il cuore di gioia! E poi da qualche mese ho un progetto di vendita di biciclette vintage a Parigi (in effetti potrei dire che ho una startup, che fa sempre figo, ma preferisco umilmente non scomodare questo termine). Insieme al mio socio in affari (nonché coinquilino e fidanzato) recupero biciclette inutilizzate nelle sterminate campagne francesi, le rimetto a posto, scrivo per loro delle storie e le carico sul nostro sito internet. Mi diverto molto!

Quali sono state le difficoltà iniziali e come le avete superate?

G: La lingua, ovviamente, è stata un bel problema all’inizio, ma avevo talmente voglia di conoscere nuove persone e parlare con tutti che imparare il francese è stato quasi più un gioco che una difficoltà. E lo stesso è valso, in fin dei conti, per tutti i primi “ostacoli”: aprire un conto in banca, trovare casa, fare un abbonamento telefonico… L’entusiasmo di essere in un posto nuovo ti fa sentire un po’ come in un gioco.

S: Trovare a casa a Parigi è un’ardua impresa, soprattutto perché ti vengono chieste molte garanzie, che appena arrivato non puoi avere, come un garante francese.

E: Per me il problema non è stato tanto all’inizio (come dicevo, ero troppo innamorata di questa città) ma in seguito, quando sono entrata nella fase della disillusione e ho iniziato a vivere la normalità di una grande città, con i suoi pregi e i suoi difetti.

Vi siete integrate a Parigi? 

G: Credo che sia diverso essere integrato o sentirsi integrato. Penso di essermi integrata, lavoro qui, pago le tasse qui, ho un compagno francese, amici francesi, colleghi francesi… Non mi sento certo emarginata, ma credo che sia normale continuare a provare come un senso di alterità radicale rispetto al paese in cui si è scelto di vivere.

S: Diciamo che non ho mai sofferto la solitudine: la comunità Erasmus e quella degli italiani all’estero mi sono venute in soccorso fin da subito. Un po’ alla volta mi sono fatta anche degli amici francesi, ma è venuto col tempo.

E: Per mia fortuna non ho mai avuto problemi di integrazione. In Erasmus evitavo accuratamente di incrociare italiani, perché l’obiettivo era proprio l’integrazione assoluta nella cultura del posto (certo forse un po’ estrema!). Mi sono impegnata molto e sono sempre stata accettata di buon grado. Forse il problema viene con il tempo, quando ti accorgi che un francese non potrà mai capire la tua cultura fino in fondo. E lì inizi a ricercare gli italiani…

Cosa vi piace e cosa meno di Parigi?

G: Parigi è bella perchè vi si possono incontrare persone provenienti da mille orizzonti possibili, è un cosmo in miniatura. Mi piace vedere come l’ambiente cambia da un quartiere all’altro. Quello che invece non sopporto di Parigi, nonostante vi lavori ormai da diversi anni, è una sorta di competitività esasperata. Probabilmente è tipica di tutte le grandi città, ma ho l’impressione che qui faccia veramente parte del quotidiano di chiunque.

S: Mi piace poter andare al cinema al mattino e avere qualcosa da fare tutte le sere. Però faccio fatica ad abituarmi al clima di qui e a volte mi mancano la tranquillità della provincia e gli spazi verdi della campagna.

E: Mi piace la diversità, la grande offerta culturale e artistica, la bellezza inattesa di alcune vie a una certa ora del giorno, la possibilità di lanciarsi in progetti professionali con maggiore facilità. Mi piace molto meno l’assenza del mare, la frenesia, la pioggia semi costante e la difficoltà nel vivere le cose più semplici.

Vi manca la vostra città natale? Cosa o chi?

G: Mi manca una certa rilassatezza nel modo di vivere, a Parigi si ha sempre l’impressione di correre dietro alle lancette dell’orologio senza avere tempo per fare niente. E il panino con il lampredotto, ovviamente.

S: Ovviamente mi mancano la mia famiglia e i miei amici, e anche la possibilità di raggiungere sia il mare che la montagna in una trentina di minuti.

E: Mi manca, eccome. Sono molto attaccata alle mie origini, alla mia famiglia così tipicamente italiana e ai miei amici più cari. Non averli qui sarà probabilmente il motivo che mi spingerà ad andarmene un giorno.

Cosa direste a chi è rimasto in Italia e quali consigli a chi vuol vivere all’estero?

G: Non penso di potere dare consigli, né a chi decide di partire, né a chi sceglie di restare in Italia.

S: Dei francesi apprezzo la determinazione nel battersi collettivamente contro un’ingiustizia, la capacità di credere che tutti insieme si possa ottenere qualcosa. In Italia c’è tanta rassegnazione, mi capita spesso di sentire frasi come: “Tanto non serve a niente”. A chi vuole vivere fuori dall’Italia consiglio un maglione pesante e l’indirizzo di una buona pizzeria. Tanto dopo un po’ la nostalgia arriva, è fisiologico.

E: Se in passato incoraggiavo tutti i miei amici a viaggiare e tentare la carta della vita all’estero, oggi mi rendo conto che sia inutile forzare gli eventi. Ognuno sceglie il futuro che preferisce. Anche rimanendo in Italia si possono fare tante cose belle, di esempi ce ne sono tantissimi.

A chi vuole vivere fuori consiglio di immergersi completamente (almeno all’inizio) e con molta umiltà nella città in cui si arriva, di sforzarsi di capirne le dinamiche e la lingua, di adattarsi alle regole. Un approccio del genere aiuta molto l’integrazione. Ed sentirsi integrati secondo me è il primo passo per vivere bene in un posto.

Pensate mai di ritornare un giorno?

G: Ci penso, ma penso a talmente tante cose!

S: Sarebbe bello.

E: Ci sono molti posti in cui vorrei “ritornare”. Spesso mi dico che vorrei tornare a Firenze, dove ho ancora un pezzetto di cuore, di famiglia acquisita e dove mi sento bene. Però fino a che riesco a fare un piano di scale della metro in 5 secondi netti, mi dico che vale la pena rimanere qui!

Come e dove vi immaginate in futuro?

G: Altrove. Mi piacerebbe provare a vivere in un altro Paese, magari in piena natura. Ad ogni modo prevedo di ripartire e viaggiare ancora un bel po’ prima di scegliere dove vivere da grande.

S: Al sole!

E: In un posto con il sole e con il mare!

Immaginate i vostri figli e nipoti che parlano una lingua straniera anziché l’italiano?

G: Mi piacerebbe che i miei figli, se mai ci saranno, parlassero almeno due lingue. È una ricchezza incommensurabile, e ho sempre invidiato i bilingue naturali!

S: Certo che no! Se mai ne avrò e in terra straniera, oltre alla lingua del posto riceveranno una rigorosa educazione italiana.

E: Mi piacerebbe molto che fossero bi/tri/quadrilingue. Le lingue sono importantissime e molto utili per acquisire sensibilità culturale e apertura mentale. Certo, l’italiano però dovranno parlarlo benissimo… compresi i dialetti!

La Francia è multiculturale?

G: Parigi è senza dubbio una città multiculturale, ed è il suo bello. Penso che altrove in Francia vi sia meno varietà e meno integrazione, purtroppo.

S: Sì, soprattutto nelle grandi città, come Parigi, in cui vivo.

E: Beh, la Francia credo la sia quanto l’Italia, se non di meno (basta guardare il successo elettorale di certi partiti di estrema destra). Ma Parigi è una grande città… qui siamo tutti uguali pur essendo diversi. Viaggiamo tutti nella stessa barca, anzi nella stessa metro.

Differenze tra l’Italia e la Francia?

G: A voler scavare un po’ ve ne sono moltissime, da un punto di vista sociale, politico, e culturale. Ma, a uno sguardo superficiale, la prima che salta agli occhi è che noi cuciniamo con l’olio, e i francesi metterebbero burro ovunque.

S: Il vino, i formaggi, il calcio e la buona cucina ce li abbiamo entrambi, solo che in Italia siamo più bravi! (scherzo) (o forse no…)

E: Forse in Italia c’è più pessimismo e disincanto, soprattutto tra noi giovani. Credo che ci siamo abbandonati alla rassegnazione, abbiamo perso il coraggio di credere in noi stessi. In Francia non è così. Qui non mi è mai capitato di sentire un ragazzo della mia età lamentarsi del fatto che non ce la farà.


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