Sono Diana. Pugliese di origine, milanese di adozione e cittadina del mondo nello spirito!

Una scelta avventata, qualche anno fa, mi ha incatenata a questa fredda città di cui mi sono sempre sentita una figlia illegittima. Dinanzi al bivio della vita – cosa farò da grande? – anziché prendere il volo e seguire la mia vocazione ho scelto la strada apparentemente più facile da percorrere. Un bel mutuo trentennale al 110% in cambio di uno straccio di casa che mi garantisse la stabilità futura!

C’è chi con la terra sotto i piedi si sente al sicuro e chi invece sprofonda. Io sono sprofondata! Pochi mesi dopo l’incauto acquisto ho capito di aver scelto il sentiero sbagliato. Tornare indietro non mi avrebbe liberata dalle catene: il mercato immobiliare aveva subito un tracollo e rivendere la casa mi avrebbe lasciata in mutande e piena di debiti! L’unica alternativa apparente, quella di andare avanti, mi avrebbe condotta in men che non si dica alla morte civile. La classica situazione in cui rischi di finire dalla padella nella brace. L’idea non mi allettava per niente ma ho deciso di andare avanti, fiduciosa…

E un paio d’anni dopo, o forse un paio di chilometri, ho intravisto un sentiero alla mia sinistra. Era ripido, impervio, pieno di arbusti, ma l’ho imboccato senza pensarci su due volte. Ho scelto di lavorare part-time, rinunciando ad alcuni mesi di stipendio, in cambio della libertà. Un part-time verticale che mi permette di staccare quattro mesi l’anno e vivere nuove esperienze, conoscere nuove realtà, aprirmi a nuovi orizzonti e reinventarmi nuove vite.

A dicembre di ogni anno la mia casa cessa di essere la mia casa e fisso la mia dimora altrove, in qualche parte del globo dove le stagioni sono invertite e la lingua ha un suono differente dal mio. Che sia su un’amaca, sotto una tenda, in un ostello, in una barca o nel focolare di una famiglia che mi adotta non ha importanza perché in ogni dove mi sento a casa, molto più di quanto mi ci senta nella mia città natale.

La libertà non ha prezzo, e su questo non ci piove, ma è una scelta che richiede anche un sacco di sacrifici! Mutuo, condominio e bollette non vanno certo a braccetto con il mio stipendio che durante i mesi in cui non lavoro è pari a un buco nell’acqua. in autostop verso il Brasile


Da viaggiatrice mi sono in un certo senso trasformata in emigrante… metto nello zaino quattro stracci, il pc (non sia mai che qualcuno abbia bisogno di una traduzione al volo), il sacco a pelo, carico la tenda, racimolo i pochi soldi che ho da parte e per quattro mesi dimentico chi sono e mi adatto a fare tutto ciò che mi consenta di sopravvivere, tentando di immergermi il più a fondo possibile nella cultura del paese che mi ospita.

Quel sentiero nascosto e apparentemente impervio me l’ha indicato un ragazzo conosciuto casualmente su una spiaggia colombiana. Gli è bastato pronunciare la parolina magica che per me era ormai diventata pura utopia per smuovere la terra ferma sotto i miei piedi. Felicità. Ero felice nella mia gabbia? Nemmeno un po’, ma che alternative avevo? “Viaggiare lavorando” mi ha risposto lui.

Pochi giorni dopo sono rientrata in Italia con questo pensiero che mi shakerava il cervello. Mi spaventava un po’ l’idea, lo riconosco, ma avevo ricominciato a sentirmi viva grazie all’ebrezza dell’incertezza. L’unica cosa che mi interessava era non perdere la casa in attesa di tempi migliori. In un modo o nell’altro io me la sarei cavata. E così, una volta fatti i miei conti, ho chiesto questo benedetto part-time e sono partita per Buenos Aires dove ho vissuto tre mesi a Belgrano, un quartiere residenziale, dividendo l’appartamento con Sergio, il colombiano, e Marcelo, un ragazzo della Patagonia.

Sergio è stato il mio maestro, mi ha insegnato a lavorare il macramé e, cosa per me più difficile, a parchar. Il parche in America Latina è la compagnia e parchar ha una doppia accezione: quella di incontrarsi con gli amici per fare quattro chiacchiere e quella utilizzata dagli artigiani hippie che con i loro lavori occupano una strada, o un marciapiede, e invitano i passanti a comprare mentre trascorrono la serata parchando con il vicino di turno. Tre mesi duri per me che odio le metropoli e Buenos Aires è una città che assorbe tutte le energie e ti lascia quasi esanime. Ma è anche una città che ho vissuto, intensamente, e tornarvi dopo tre anni per salutare i vecchi amici mi ha lasciata comunque con la piacevole sensazione di tornare a casa. E i soldi guadagnati con il parche mi sono serviti non solo a mantenermi in loco ma anche a viaggiare nel nord dell’Argentina fino a raggiungere il Brasile… in autostop!

Ecco, la mia vita da emigrante – o viaggiatrice – a tempo parziale è iniziata così… da allora ogni anno parto alla scoperta di un posto nuovo, mi stabilisco da qualche parte fino a quando non inizio a capire come funziona, mi faccio degli amici, cerco le mie connessioni e i miei punti di riferimento, trovo qualcosa da fare, metto via un po’ di soldi e poi mi sposto. Ogni volta che levo le tende sento che sto perdendo qualcosa e mi chiedo sempre se non sarebbe meglio fermarmi, ignara di quel che troverò… e non appena raggiungo il mio nuovo dove mi sento subito a casa. Difficilmente mi è capitato di non vivere questa sensazione, ma è pur vero che scelgo le mie mete sulla base delle emozioni che mi trasmette la gente che incontro e credo di essere molto percettiva in questo.

Comunque sia, l’anno successivo sono tornata in Colombia, che avevo già visitato in lungo e in largo ma di cui non conoscevo praticamente nulla, e mi sono stabilita per un periodo di tempo a Taganga, un villaggio di pescatori situato in una baia a pochi chilometri da Santa Marta. Taganga per me è sempre un ritorno a casa, così come lo è la Colombia, probabilmente perché tutto è iniziato lì… avevo piazzato la mia tenda sul retro di una posada a gestione familiare bazzicata da molti degli artigiani che transitavano da Taganga durante la temporada ed eravamo diventati una grande famiglia. Facevamo colletta per comprare da mangiare e il primo che la sera lasciava il parche – perché la giornata gli era andata alla grande o magari perché non aveva venduto nulla – preparava la cena per tutti. Poi andavamo in spiaggia a fare il bagno di notte, o restavamo a casa per incrementare la produzione con dei taller de artesanía, o ci catapultavamo al Garaje, la discoteca frikky del pueblo. E il primo che si svegliava la mattina si avviava a occupare un pezzo di marciapiede salutando gli altri con un “les espero a la oficina!”. Bell’ufficio… infradito, shorts e il costume da bagno sempre a tiro. Credo che Taganga sia il posto che in assoluto sento più mio! E nei tre mesi in cui ho vissuto lì ho conosciuto tanta di quella gente che l’ultimo mese è volato passando da una casa all’altra… da una famiglia all’altra!

Poi è stata la volta di Panama, dove non lasciavano parchar… il mio obiettivo era quello di raggiungere San Blas per cui mi sono recata a Portobelo e dopo aver accampato tre notti alla belle étoile con due argentini e una spagnola conosciuti lungo il cammino, ho proposto allo chef del miglior ristorante del paese di darmi vitto e alloggio in cambio di un aiuto in cucina per 3-4 ore al giorno. Ho allestito una bancarella all’interno del ristorante per esporre l’artigianato… e da cosa nasce cosa, ho iniziato a lavoricchiare sulle barche a vela, fino a quando ho trovato il crucco che mi ha presa a bordo e mi ha portata fino in Colombia, con una tappa a San Blas di quasi due settimane. E così ho vissuto un mese in barca a vela, in mezzo al mare, lavorando come cuoca!

Una vita entusiasmante e destabilizzante al tempo stesso. Perché ormai sono una disadattata sociale. Ogni volta che torno mi riscopro diversa ed è sempre più difficile riadattarmi alla realtà. Per questa ragione ho aperto La Globetrotter, un blog in cui narro dei miei viaggi e delle mie avventure in giro per il mondo cercando di fissare emozioni e sentimenti per ristabilire l’equilibrio tra le mie due vite in vista del prossimo step… 6 mesi e 6 mesi!

Ed è finalmente giunto dicembre. Destinazione Salvador de Bahia con rientro da Fortaleza. Gli unici dati certi di questa nuova avventura. Tutto il resto, come sempre, è un punto di domanda…


Diana La Globetrotter

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