Ciao, mi presento, mi chiamo Sheila ho 36 anni e sono originaria di Roma. Da cinque anni e mezzo mi sono trasferita in Nuova Zelanda. Attualmente vivo ad Hamilton, cittadina a circa un ora e mezza a sud di Auckland. In Italia ero un’ assistente di volo e lo sono stata per circa dieci anni, lavorando per varie compagnie aeree. Amavo il mio lavoro, giravo il mondo e l’Italia non è mai stata il paese dove mi vedevo costruire un futuro. L’idea di vivere all’estero c’è sempre stata ma viaggiando molto ho avuto modo di capire che tante destinazioni, che nell’immaginario comune sembrano essere paradisi, alla fine non sono paesi dove avrei vissuto stabilmente. Insomma per quanto mi riguarda emigrare all’estero deve tener conto di tantissimi fattori che includono, il clima, lo stile di vita, le scuole, la sanità e tanti altri servizi di cui è difficile fare a meno nella quotidianità.

La Nuova Zelanda era uno dei pochi paesi che per lavoro non avevo mai visitato. Ne sentii parlare per la prima volta da ragazzina, quando il papà di una mia amica ci andò in vacanza. Da allora è rimasto nella mia memoria, ogni tanto mi tornava in mente, ma gli anni passavano ed io non ero mai pronta ad un eventuale trasferimento.

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Circa sette anni fa io e il mio compagno abbiamo deciso di andare in Nuova Zelanda in vacanza per un mese. Abbiamo affittato un campevan e abbiamo girovagato in lungo e in largo, rimanendo senza fiato di fronte a quella natura incontaminata e immensa che ti avvolge in questo angolo di mondo. La Nuova Zelanda è natura, è verde, è per tanti versi mille anni luce distante dalla caotica Europa. L’assenza della storia, della cultura e dei monumenti non era per noi un fattore prioritario, e considerando tutti gli altri aspetti come l’assenza di traffico e sovrappopolazione, la genuinità delle persone e un sistema sociale organizzato, abbiamo deciso che era il posto adatto a noi.

Siamo rientrati in Italia con questa nuova avventura in testa, con una nuova energia, con quell’eccitazione che solo un nuovo progetto di vita ti può dare. Per due anni abbiamo organizzato il nostro trasferimento, studiando attentamente il sito dell’immigrazione alla ricerca di un visto che avrebbe potuto darci la possibilità di vivere e di lavorare. Non è stato facile, l’immigrazione in Nuova Zelanda è molto controllata e senza una qualifica riconosciuta e un buon livello di inglese è molto difficile trasferirsi in maniera definitiva. Comunque alla fine all’età di trenta anni ho preso la decisione che avrei studiato all’università, una volta in Nuova Zelanda mi sarei iscritta alla facoltà di scienze del servizio sociale.

Questa idea mi spaventava a morte, io che a 18 anni avevo abbandonato la scuola dicendo a me stessa che non ci avrei messo più piede, io che avevo un inglese discreto ma che non ero in grado di scrivere due pagine di senso compiuto, insomma con tanto coraggio e quel pizzico di pazzia che ci vuole abbiamo preso in mano la nostra vita e l’abbiamo cambiata.

Cosa fai adesso?

Quando sono arrivata ho fatto diversi lavori mentre studiavo. Ho iniziato facendo le pulizie dentro una scuola elementare e poi ho iniziato a lavorare nel sociale, prima come supporto per persone disabili e poi con i bambini.

Due anni e mezzo fa mi sono laureata e da allora lavoro per il Ministero dello Sviluppo Sociale come assistente sociale, nella tutela minori. E’ un lavoro che amo, e talvolta odio, quando la stanchezza fisica ed emozionale bussa alla porta. Comunque mi sento onorata a poter lavorare per un’agenzia governativa e a poter aiutare tanti bambini neozelandesi, cercando di migliorare lo stato sociale di tante famiglie disagiate. Ogni giorno apprezzo questo paese che mi ha adottato e mi ha dato una vita completamente diversa.

Quali sono state le difficoltà iniziali e come le hai superate?

All’inizio c’è l’euforia, appena arrivata era tutto nuovo, ogni giorno una scoperta. Poi sono iniziate le difficoltà con la lingua, la sensazione di essere improvvisamente regrediti alle capacità vocali di un bambino di 5 anni. La frustrazione di sentirsi quasi impotenti, la consapevolezza di aver perso tutti i punti di riferimento ma al contempo la leggerezza di essere liberi. Ci sono le giornate di pianti e le giornate di sole. Emigrare dall’altra parte del mondo è dura, ma piano piano si scende a compromessi. Si passa dal vedere tutto bello al comprendere i lati negativi e ad adattarsi. Io oggi sono cambiata in tante cose, è cambiato il mio modo di vedere le cose, è cambiato il mio modo di vivere la quotidianità e mi sento più forte, determinata e serena. La Nuova Zelanda è un paese con mille culture, ma con poca apertura al mondo. Personalmente non ho mai avuto esperienze negative a livello di integrazione ma sicuramente più volte mi sono scontrata con una mentalità diametralmente opposta dalla mia. Io la Nuova Zelanda la amo, amo la mia vita qui e amo la serenità che mi porto dentro.

Circa un anno fa ho trovato per caso un gruppo su Facebook chiamato “Donne che Emigrano all’estero“, ho iniziato a leggere le storie meravigliose di tante donne diverse che come me si trovavano a vivere in giro per il mondo. Leggendo le loro storie mi sono ritrovata in tanti racconti, quando si parlava delle difficoltà iniziali dell’espatrio, della lingua e della nostalgia verso i propri affetti lontani. Ho deciso così di contattare Katia, gestore della pagina, e di inviarle la mia storia. Da li è iniziata la mia collaborazione con la pagina Facebook e poi successivamente con il sito web – Donne che Emigrano all’estero.com.

E’ stato bello conoscere anche se solo via web altre donne italiane espatriate all’estero, mi ha aiutato a sentirmi parte di un gruppo che sapeva quello che significa trasferirsi in un altro paese. Quando si espatria ci si può sentire talvolta sole, ma per me è stato bello avere modo di raccontarmi e di confrontarmi con un gruppo tutto al femminile. Inoltre leggere le loro storie mi ha permesso di viaggiare in paesi che non avevo mai visitato, ho imparato a conoscere tanti luoghi diversi e realtà lontane dalla mia. In più è stato creato un libro, anch’esso chiamato Donne che Emigrano All’estero, dove 34 donne raccontano il mondo attraverso i loro occhi, raccontano la vita lontano dalla madre patria, le difficoltà e le emozioni che si incontrano quotidianamente in un mondo senza punti di riferimento. Insomma per la prima volta nella mia vita mi sono trovata ad essere una delle autrici di un libro, che dire, anche questo è parte della mia avventura di espatrio.

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Ti manca l’Italia?

L’Italia non mi manca. Mi mancano alcuni aspetti di quella vita che è ormai lontana anni luce. Mi manca la famiglia e gli affetti, mi manca un’uscita con le mie amiche di sempre e quel ridere di noi. Per il resto l’Italia non mi è mai appartenuta e mai lo farà.

Staccarsi dagli affetti è la cosa più dura e il poter sopravvivere alla mancanza dipende molto dalla propria personalità. Io sono sempre stata abbastanza indipendente, amo stare da sola e amo i miei spazi,  ho sempre viaggiato e quindi il distacco ho avuto modo di elaborarlo negli anni. In più credo ci si costruisca una barriera affettiva per non voltarsi a guardare la vita che scorre senza di te. A livello emotivo vivere a 18.500 km dal proprio paese di origine ti allontana da tutti e tutto quello che conoscevi. L’amore per le persone che fanno parte di te lo porti dentro, ma l’impossibilità di abbracciarli ogni giorno a poco a poco affievolisce il dolore della lontananza.

Emigrare all’estero è difficile, a volte si pensa sia impossibile ma io credo che come con tutte le cose se si è determinati, si riesce.

Cosa diresti a chi è rimasto nella tua città natale e quali consigli a chi vuol vivere fuori dall’Italia?

Direi di pensarci bene, direi di informarsi su dove si va e di andarci a fare una lunga vacanza prima del trasferimento. Direi di essere pronti anche a trovare un paese che non è quello che ci aspettavamo. Direi di studiare l’inglese ed essere sicuri di non saperlo solo su carta. Direi di diventare umili e di essere pronti a ripartire da zero. Direi di provare tutto quello che la nuova esperienza di vita che si è scelta ti presenta, ma di preservare quel’ “io” intatto che si è costruito con tanta fatica. Direi di piangere quando si sente la necessità di farlo, ma di non sentirsi mai rilegati ad una vita che non ci piace. Direi di non isolarsi perché le relazioni sociali sono fondamentali. E poi direi di preparare tutto quello che serve a poter partire, chiudere gli occhi, fare un bel respiro e lasciarsi andare.


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